Giovanni Brusca, uno dei nomi più temuti della storia criminale italiana, è ufficialmente un uomo libero. Il boss di San Giuseppe Jato, noto alle cronache per aver materialmente premuto il telecomando che il 23 maggio 1992 fece saltare in aria l’autostrada A29, uccidendo il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta, ha terminato i quattro anni di libertà vigilata che seguivano una condanna a 25 anni di carcere.
Ora, Brusca vive lontano dalla Sicilia, sotto falsa identità e inserito nel programma di protezione riservato ai collaboratori di giustizia. Un destino che scatena sdegno, rabbia e dolore tra i familiari delle vittime e l’opinione pubblica, mentre la giustizia resta fedele ai propri meccanismi, anche quando questi fanno male.
“Questa non è giustizia
Durissima la reazione di Tina Montinaro, vedova di Antonio Montinaro, caposcorta di Falcone: “So bene che è stata applicata la legge, ma sono molto amareggiata. Questa non è giustizia né per i familiari né per le persone per bene. Dopo 33 anni, noi familiari non conosciamo ancora tutta la verità. Brusca libero è indegno. Se davvero questa città è cambiata, dovrebbe indignarsi”.
Una rabbia che non nasce solo dal ricordo delle vittime, ma da un senso profondo di frustrazione: la consapevolezza che chi ha contribuito a una delle pagine più nere della Repubblica, oggi, può camminare da uomo libero.
L’autista sopravvissuto: “Non dovrebbe uscire mai dal carcere”
Giuseppe Costanza, l’autista sopravvissuto all’attentato, parla con amarezza e incredulità: “Chi ha ucciso anche bambini non dovrebbe uscire più dalla prigione. È un insulto vedere che qualcuno come Brusca possa godere di una nuova vita, magari con qualche vitalizio. Falcone, Morvillo, gli agenti… loro non torneranno più. Lui invece è fuori. È questo il prezzo della legge? Viva l’Italia, festeggiamo la liberazione dello stragista”.
“Ha scontato la pena, ma resta un criminale”
Più sobrio, ma altrettanto netto il giudizio di Alfredo Morvillo, fratello della magistrata uccisa insieme a Falcone: “Ha scontato la pena e ha usufruito dei benefici previsti per i collaboratori di giustizia. È la legge. Ma Giovanni Brusca, anche da uomo libero, resta un criminale”.
Una ferita ancora aperta
La liberazione di Brusca non è solo un fatto giuridico. È un pugno nello stomaco alla memoria collettiva. È la dimostrazione, brutale, che giustizia e morale non sempre coincidono. Sì, la legge ha seguito il suo corso. Sì, Brusca ha collaborato e contribuito all’arresto di decine di mafiosi. Ma resta l’uomo che ha ordinato e partecipato a decine di omicidi, tra cui quello del piccolo Giuseppe Di Matteo, sciolto nell’acido.
Oggi Giovanni Brusca cammina da uomo libero. Ma in tanti, a partire dai familiari delle vittime, continuano a portare il peso di quella libertà. Una libertà che per alcuni ha il sapore amaro dell’impunità.