Spiccioli di spiritualità, Humanitas, tra memoria dei classici e sete di senso

A cura di Michele Pugliese e Pasquale Vitale

Il numero di questa domenica della rubrica “Spiccioli di spiritualità” diretta dal prof. Pasquale Vitale e curata dal prof. Michele Pugliese prende spunto dal tema della prossima Notte dei Licei Classici, Humanitas, per approfondire questo concetto con la spiritualità cristiana.

Forse non tutti sanno che ogni anno i licei classici organizzano la “Notte Nazionale del Liceo Classico” evento nato da un’idea del prof. Rocco Schembra, docente di latino e greco presso il liceo di Acireale, con lo scopo di promuovere la cultura classica nella società. L’evento, giunto quest’anno alla XII edizione, si svolge in primavera, ma il tema viene annunciato qualche mese prima per permettere agli alunni e ai professori di organizzarsi nella preparazione di spettacoli teatrali, musica, dibattiti, cineforum, e quant’altro la fantasia e l’energia di studenti e docenti saprà mettere in atto. Il tema di quest’anno è ‘Humanitas’.
Dice il prof. Schembra nella lettera di indizione: «Il nostro tempo è attraversato da guerre, odi, violenze visibili e invisibili: ci muoviamo tra conflitti che incendiano il mondo, ma anche ferite quotidiane che cancellano il volto dell’altro, ne umiliano l’identità, dal bullismo al femminicidio alle pressioni psicologiche, fino al rischio di un’umanità smarrita nella fredda logica delle macchine e dell’intelligenza artificiale. È un tempo che ci chiede con forza: che cosa significa oggi essere uomini? Non c’è una risposta unica, ma un’eredità che ci interpella: i classici ci hanno consegnato una parola, humanitas. Essa non è una definizione chiusa, ma un invito ad aprirsi all’altro, a riconoscere nell’incontro, nell’ascolto e nella diversità la sostanza stessa dell’essere uomini. È un orizzonte di senso che non smette di chiederci responsabilità, dignità, compassione. “I care”, scriveva don Milani: “mi sta a cuore”, “mi riguarda”. Lo aveva detto già Terenzio: “Homo sum, humani nihil a me alienum puto”. Nessuna vita, nessuna sofferenza come nessuna speranza può essere estranea all’uomo. Primo Levi ci ha ammonito a riconoscere l’umano in ogni volto; John Donne ci ha ricordato che nessuno è un’isola; Diogene ancora ci chiede, con la sua lanterna: “dove sei, uomo?”.
Nel mondo greco-latino humanitas non indicava soltanto l’essere “umani”, ma una qualità dell’anima, un ideale di formazione e di comportamento. I Greci parlavano di paideia, l’educazione integrale che rende l’uomo capace di pensare, dialogare, discernere il bene e vivere nella comunità. Gli Stoici ampliarono questa visione oltre i confini della polis: tutti gli esseri umani partecipano della stessa ragione cosmica e appartengono a un’unica famiglia. I Romani ereditarono questa idea e la chiamarono humanitas: per Cicerone era studio delle lettere, amore per la verità, senso civico; per Seneca era benevolenza universale, cura del debole, coscienza che nessuno è davvero estraneo. Educare l’uomo significava renderlo più giusto, più saldo interiormente, più capace di vivere in relazione. E tuttavia, oggi, questo patrimonio sembra in parte smarrito. L’humanitas rischia di diventare un termine vuoto in una società che spesso premia la competizione più della cura, l’efficienza più dell’ascolto, la logica dell’algoritmo più della relazione. L’altro è sempre più percepito come numero, ostacolo o avversario. È qui che il richiamo ai classici incontra il pensiero contemporaneo: Martha Nussbaum, in Coltivare l’umanità, sostiene che l’educazione deve formare cittadini empatici, capaci di immaginare la vita dell’altro, di riconoscere la sua dignità, di accogliere la diversità come ricchezza. Per Nussbaum la cultura umanistica non è un lusso, ma la condizione indispensabile per una democrazia sana e per un’umanità autentica: “coltivare l’umanità” significa mantenere vivo lo sguardo critico, il pensiero libero, la capacità di compassione. Recuperare l’humanitas, allora, vuol dire proprio questo: riappropriarsi di una tradizione che insegna a vivere con profondità, con responsabilità e con gentilezza. Significa tornare a vedere nel volto dell’altro un compagno di viaggio, e non una minaccia. Significa scegliere, contro la disumanizzazione crescente, la fragile ma potentissima via dell’umano. Leggere i classici oggi significa rispondere a questa domanda antica e sempre nuova, aprire la porta allo straniero, dare ospitalità a un sopravvissuto, ascoltare la voce di chi, da lontano, continua a insegnarci come vivere insieme». La parola “humanitas” richiama due dimensioni fondamentali dell’esperienza umana — umanistica e spirituale — che spesso si intrecciano nella storia del pensiero. Nel Rinascimento, “humanitas” divenne il centro dell’umanesimo, movimento culturale che metteva l’uomo — la sua ragione, libertà e creatività — al centro dell’universo, in dialogo con la fede cristiana. Non a caso il termine “religio” (dal latino re-ligare, “legare di nuovo”) indica il legame dell’uomo con il divino, che cerca di rispondere alle domande ultime: chi siamo? da dove veniamo? che senso ha la vita e la morte? Già al tempo dei romani “humanitas” e “religio” coesistono: la religione civile romana e la filosofia stoica promuovono una visione dell’uomo come parte di un ordine cosmico e morale. Ma il cristianesimo fa qualcosa in più: integra i due termini in una visione in cui Cristo è visto come ‘Deus humanatus’ (Dio fatto uomo), e l’umanità viene elevata e redenta. Pensatori come Sant’Agostino o Tommaso d’Aquino mostrano come la fede (religio) e la ragione (humanitas) possano cooperare per comprendere la verità, mentre figure come Erasmo da Rotterdam, Pico della Mirandola e Marsilio Ficino cercano una sintesi armoniosa: l’uomo è libero e razionale, ma la sua grandezza deriva dal suo rapporto con Dio. La crisi, se di crisi si può parlare, di questo armonioso rapporto avviene con l’Illuminismo e il positivismo, allorquando l’humanitas tende a separarsi dalla religione: l’uomo diventa misura di tutte le cose, e la fede è spesso vista come un limite al progresso. Tuttavia, nel Novecento e oggi, molti pensatori (come Jacques Maritain, Emmanuel Mounier, Hans Küng) hanno cercato un nuovo equilibrio, parlando di una “humanitas spirituale”, dove la dignità umana e la dimensione religiosa si sostengono a vicenda.

Dunque, le due parole – humanitas e religione – hanno accompagnato la riflessione sull’essere umano: due concetti, apparentemente distinti, si sono spesso intrecciati, influenzandosi a vicenda e contribuendo a formare l’identità spirituale e culturale dell’umanità occidentale. Due poli che, nel corso dei secoli, si sono talvolta allontanati, ma che restano entrambi essenziali per comprendere la condizione umana. La humanitas senza religione rischia di ridursi a semplice razionalismo o utilitarismo; la religione senza humanitas, invece, può degenerare in fanatismo o dogmatismo o semplice sentimentalismo. Solo nel loro equilibrio — nel riconoscere la dignità dell’uomo e la sua apertura al divino — si può costruire una visione completa e armoniosa dell’essere umano, capace di coniugare ragione, fede e solidarietà.
E allora possiamo fare nostre le parole che Papa Francesco pronunciò nella grande Messa finale della GMG 2016, a Cracovia, davanti a un milione e mezzo di giovani: «Non fermatevi alla superficie delle cose e diffidate delle liturgie mondane dell’apparire, dal maquillage dell’anima per sembrare migliori. Installate bene la connessione più stabile, quella di un cuore che vede e trasmette il bene senza stancarsi. Con questo voi potete far crescere un’altra umanità, senza aspettare che vi dicano bravi, ma cercando il bene per sé stesso, contenti di conservare il cuore pulito e di lottare pacificamente per l’onestà e la giustizia. Non riducete l’uomo a “cosa”, “numero”, “strumento” perché la dignità della persona umana è inviolabile e prende il primo posto, dal momento del concepimento fino al momento della morte».