Istruzione, l’Italia in coda in Europa: terzultima per spesa sul Pil, fanalino di coda per laureati

L’Italia investe poco in istruzione. È terzultima nell’Unione europea per spesa in rapporto al Pil e resta nelle ultime posizioni anche per numero di diplomati e laureati. Una fotografia impietosa che emerge dai dati diffusi oggi da Openpolis, Istat e Unicef, nella Giornata internazionale dell’educazione.

 

 

Un Paese che spende meno degli altri

Secondo le elaborazioni di Openpolis, l’Italia destina all’istruzione circa il 4% del Pil. La media europea supera il 5%. Peggio fanno solo Romania e Irlanda. Il divario non è solo numerico, ma anche strutturale. Significa meno risorse per edifici, personale, innovazione didattica, servizi. Significa anche maggiore difficoltà nel contrastare le disuguaglianze territoriali e sociali. Nel Mezzogiorno la situazione è più critica. Le scuole hanno meno strumenti. I servizi per l’infanzia sono carenti. L’abbandono scolastico resta più alto della media nazionale.

Pochi diplomati, pochi laureati

I dati Istat confermano un ritardo che si riflette sugli esiti. L’Italia è tra gli ultimi Paesi europei per quota di giovani con un diploma o una laurea. Nella fascia 25-34 anni, la percentuale di laureati resta distante dagli obiettivi europei. Molti ragazzi interrompono il percorso. Altri non lo iniziano nemmeno. Le cause sono note: condizioni economiche fragili, mancanza di orientamento, scarsa percezione del valore sociale dello studio. Il risultato è un Paese che forma meno capitale umano. E che fatica a competere in un’economia basata sulla conoscenza.

Il dato Unicef: solo un giovane su quattro coinvolto

Ancora più allarmante il dato diffuso dall’Unicef. Solo il 26% degli studenti si sente realmente coinvolto dalla scuola. Un numero che parla di distanza emotiva prima ancora che didattica. Molti giovani non percepiscono la scuola come uno spazio che li riguarda. Non la sentono come luogo di crescita, ma come obbligo formale. Il rischio è duplice. Da un lato l’abbandono. Dall’altro una partecipazione passiva, priva di motivazione. Entrambi indeboliscono il patto educativo tra istituzione e studenti.

Educazione come investimento, non come costo

A livello globale, ricorda l’Unesco, l’educazione è uno dei settori più sottofinanziati. L’Italia non fa eccezione. Eppure ogni euro investito in istruzione produce benefici economici, sociali e civili. Riduce le disuguaglianze. Aumenta l’occupabilità. Rafforza la coesione democratica. Trattare la scuola come una spesa comprimibile significa rinunciare al futuro. Significa accettare che le nuove generazioni partano con meno strumenti.

Una scelta politica

I numeri non sono un destino. Sono il risultato di scelte. Investire in istruzione significa decidere che la crescita non passa solo dalle infrastrutture materiali, ma da quelle culturali. Significa riconoscere che la scuola non è un capitolo di bilancio, ma un’infrastruttura democratica. Nella Giornata internazionale dell’educazione, il dato più urgente è questo: senza un cambio di rotta, l’Italia rischia di restare indietro. Non solo nelle classifiche europee. Ma nella capacità di offrire ai propri giovani un futuro all’altezza delle loro possibilità.