Capua– Ieri sera alle 21:00 presso un gremito teatro Ricciardi, c’è stata, in occasione del quarto appuntamento del “Capua film fest-dialoghi d’autore” diretto da Francesco Massarelli, la proiezione del film “L’immortale” di Marco D’Amore. Terminato il film, il folto pubblico, ha potuto porre delle domande al famoso attore di Gomorra, che ha saputo calarsi perfettamente anche nei panni del regista.
Anzi, Marco d’Amore ha dichiarato di preferire tale ruolo, perché gli offre la possibilità di portare sugli schermi storie che riflettono il suo vissuto e i suoi riferimenti letterari e cinematografici. Tornando al film, “L’immortale“ ha come sfondo la Napoli della metà degli anni ‘80 ed è stato girato in luoghi come Barra, Ponticelli e San Giovanni a Teduccio, che presentano ancora intatte le periferie costruite nel corso degli anni ‘70.
In tale scenario, molti vivono nella più completa emarginazione e per riflesso si dedicano prima al contrabbando, poi al mercato della droga, fino agli omicidi in una sorta di climax del male che non lascia scampo.
Tra i colpiti dalla comune indifferenza c’è anche, nel flashback, un piccolo Ciro, che vive un’infanzia difficile, e che difatti si presenta da adulto chiuso e riservato, geloso custode di un’innocenza persa. Il protagonista compie, in effetti, un vero e proprio percorso di formazione che lo porta più volte a scontrarsi con l’ingratitudine umana, fino a che non è lui stesso a chiedere di essere ucciso; ma caso vuole che si salvi, quasi che la pena da pagare per non aver scelto un altro tipo di vita non possa essere la morte, ma il non morire mai o il più tardi possibile.
Per una dantesca legge del contrappasso (per contrasto), è la vita ad essere la pena, del resto “la morte si sconta vivendo”.
Il film -spiega il regista/attore- offre frequenti rimandi alla serie Gomorra, ma è un’opera compiuta che si presta a più livelli di interpretazioni.
Da parte del pubblico, infatti, non sono mancate domande e ipotesi interpretative. Uno spettatore ha chiesto, infatti, il motivo per cui il protagonista fumi tantissimo e parli poco. Il regista ha prontamente risposto che l’atto del fumare rappresenta l’unica valvola di sfogo per chi, nato con il cuor gentile, ha dovuto corazzarsi e rinunciare a ogni desiderio, persino al dialogo. Perché dialogare vuol dire comunicare con gli altri, denudandosi e ammettendo i propri fallimenti. Tale coraggio, Ciro, che da tutti è ritenuto un titano, non ha saputo ancora trovarlo. Staremo a vedere cosa ci riserverà tale scenario aperto.



