FEMMINICIDI: DONNE ROSSO SANGUE

Ragionare sull’onda dell’emozione, del momento in cui il problema dei femminicidi, sulla scorta
delle sensazioni suscitate dell’ultimo dramma di un amore tossico, come quello che ha portato alla
morte Giulia Cianchettin, per opera del suo inconsolabile ex fidanzato, Filippo Turretta, ex ‘bravo
ragazzo’, è pressoché impossibile. E dunque prima di avventurarsi in analisi ed illustrare possibili
soluzioni è bene delimitare coi numeri l’entità del fenomeno.
Sono 285 gli omicidi registrati tra il 1 gennaio e il 12 novembre 2023. Le vittime di genere
femminile sono 102, pari al 35,8%. Una su tre, per semplificare. Se si guarda a quelli maturati in un
contesto familiare o affettivo, abbiamo un totale di 125 morti, dei quali 82 donne, il 65,6 % due su
tre, il doppio.
Quindi, almeno in parte, anche se pure gli uomini possono rimanere vittime di un omicidio maturato
in ambiente familiare, possiamo dunque assumere come corretta l’impostazione della donna, vittima
predestinata, dei conflitti di coppia, poiché se nel novero totale degli omicidi in ogni contesto, le
donne vittime sono una su tre, nei delitti maturati in ambiente familiare, diventano due su tre.
Quando si vanno ad analizzarne le cause, facilmente si indicano i riscontri oramai consolidati dei
maltrattamenti in famiglia, di cui l’omicidio costituisce l’estremo vertice della violenza, in gran
parte, se non completamente ascrivibili ad uomini denunciati da compagne, fidanzate, mogli,
amiche o parenti conviventi di sesso femminile, comprese sorelle e madri, persino figlie, poco ci
manca. Coloro che si occupano professionalmente del fenomeno, sociologi, psicologi, psichiatri,
criminologi, studiosi del diritto, non hanno dubbi: la scaturigine della violenza sulle donne è
l’oscuro retaggio di una società patriarcale, in cui l’uomo è tacitamente autorizzato a sentirsi
detentore del possesso della donne, delle donne che convivono nel suo nucleo familiare, possesso
che le donne tacitamente accettano come contropartita della protezione che ricevono verso le insidie
provenienti da individui e situazione esterne al nucleo familiare. Ma non è l’unico aspetto e l’unica
circostanza. Ci sono anche le aspettative ‘tossiche’ del partner affettivo-sessuale, che, magari, pur
non convivendo con la donna, pretende di esercitare un deciso potere di indirizzo su tutta la vita e le
sue scelte, della donna. E qui c’entra poco persino la gelosia, da sempre tollerata, entro certi limiti,
in quanto considerata manifestazione di vivo interesse amoroso. Ma a volte la bulimia di possesso
dell’uomo si spinge oltre, molto oltre. Pretendendo di determinare le scelte che riguardano persino
la libera espressione delle volontà di realizzazione, in primis per quanto attiene allo studio, agli
indirizzi, alla tempistica di attuazione di un percorso didattico-formativo, che porti nel miglior
modo e nel più breve tempo, ad ottenere il titolo di studio, la laurea, il master, il corso di
formazione superiore, che prelude o può preludere ad avere opportunità di carriere prestigiose in
campo lavorativo. Spesso, poi, interviene una morbosa gelosia dell’uomo , quando si accorge che la
sua compagna dispone di grandi doti intellettive che ne assicurano un rapido successo, sia negli
studi, che nelle opportunità di carriera lavorativa, quando egli, invece, accusa ritardi dovuti ad una
minore capacità intellettuale. Per questo genere di uomini, spesso onestamente mediocri, poter
esibire una fidanzata brava ed intelligente, è al tempo stesso un vanto in società, ma anche un
oscuro tormento, perché risulta evidente, di fronte alla brillante e riconosciuta intelligenza della
partner, la mediocrità della sua. Un oscuro tormento che diventa sempre più doloroso ed
insostenibile. La prima ad accorgersi di tutto questo, pur nell’apparenza di manifestazioni di plauso
e di approvazione, persino di orgoglio del partner per il fatto di poter ‘sfoggiare’ una fidanzata così
brava, è proprio la donna. Quelle piccole frecciatine riferite al genio , quelle risentite rimostranze
quando lei dimostra chiaramente di vederci giusto mentre lui è confuso ed incerto sul da farsi,
quegli esasperati ‘no’, quando appare chiaro che è lei a vederci, giusto , possono facilmente sfociare

in dolorosi alterchi, ed in esasperate manifestazioni di stizza, che , non di rado, sfociano nella
violenza, l’unico modo che quel tipo di uomo, ma possiamo affermare che sia implicito anche in
ogni uomo, ha di cercare di affermare la propria personalità respingendo il senso di frustrazione ed
inadeguatezza . E qui i fattori educativi giocano un ruolo fondamentale nel porre un limite alla
violenza, magari limitandola a quella verbale, sia pure non elegante né costruttiva, inibendo la
violenza fisica che può arrivare fino alla volontà di annientare quella che ormai non viene più
percepita come una compagna di vita , ma come una ostile e minacciosa presenza che si oppone alla
propria insensata affermazione del ‘sé’ ad ogni costo.
Ora subito viene in mente di coinvolgere la scuola nel processo di formazione del controllo degli
istinti violenti, sulla gestione della rabbia, sulla capacità di gestire le proprie emozioni, non solo in
ambito individuale, ma valutandone gli aspetti e le ricadute sociali. E’ un compito che, sia pure in
maniera ancora occasionale e non organizzata, la scuola, e prima ancora la famiglia, già esercitano.
Si vorrebbero introdurre insegnamenti obbligatori di educazione all’affettività ed alla sessualità. Già
da tempo le scuole mettono in atto sportelli di ascolto ai quali si possono rivolgere gli studenti che,
con autonoma iniziativa personale, richiedano di avere un colloquio coi docenti referenti per parlare
dei propri problemi di crescita. Ed è abbastanza frequente, a supporto di tali iniziative, il ricorso a
specialisti quali psicologi, psichiatri, sociologi , che possano supportare l’azione dei docenti con un
parere esperto e ponderato per poter offrire una chiave di condotta che possa alleviare nei giovani i
naturali dolori del vivere e soprattutto del crescere in maniera armoniosa ed equilibrata. Al tempo
stesso bisogna por mano ad eliminare le carenze di dialogo sereno tra educatori, genitori e docenti, e
ragazzi e ragazze. Delle cose importanti della vita , le emozioni, le gioie e le difficoltà che tutti
incontriamo nella nostra vicenda umana, si parla poco, a scuola ed in famiglia, e su questo l’uso
compulsivo dei media, vecchi e nuovi, radio, tv, social, certo non aiuta a fornire più occasioni di
dialogo ‘face to face’, tra gli adulti ed i giovani, relegandoli in una irreale proiezione di una realtà
virtuale ed illusoria, fuorviante e fortemente diseducativa. Ciò determina una rottura insanabile tra
sentimento, emozione, pulsione e responsabilità nel viverle e nel gestirle, affinché non siano vissute
come prevaricazione , possessività e distruzione, ma come occasione di coinvolgimento e di
cooperazione umana e pienezza e soddisfazione della vita di coppia , sul significato e sulla valenza
della vita umana. Ma sono molte le altre cose da esaminare e valutare. Non si spiega, per esempio,
come mai quando i canali di comunicazione, a scuola ed in famiglia, fossero assai meno aperti e
legati ad un’azione autoritativa, da parte di genitori e docenti, e di certi argomenti, tipo sesso e
relazioni, era assolutamente impossibile parlare, ma neanche farvi cenno, questi fenomeni di
violenza e maltrattamenti fossero assai meno frequenti di oggi. E allora bisogna capire il ruolo che
una volta giocava ‘il principio di autorità’, quel principio in base al quale i giovani sanno che i loro
comportamenti, anche senza specificazioni e direttive esplicite e cogenti, anche nelle relazioni
interpersonali con altre persone esterne alla famiglia, debbono pagare lo scotto, sia pure
implicitamente, di essere approvate dagli adulti. Pena la messa sotto accusa e l’intervento di
reprimende, talvolta non solo verbali. Di punizioni, non necessariamente corporali. Il divieto di
uscire, se non per andare a scuola o dal medico, la non corresponsione di soldi per fini ricreativi o
voluttuari, cinema, pizza con gli amici, partecipazione al concerto. Anche la riprovazione del
docente era tenuta in grande considerazione e serviva da argine agli eccessi di manifestazioni
compulsive e deleterie. C’era di fatto, poi, senza che fosse necessariamente ed esplicitamente
indicata, nei piani dell’offerta formativa delle scuole, la sana e santa alleanza tra istituzione
scolastica e famiglia, con reciproco sostegno e conforto tra manifestazioni di plauso e di consenso
sull’agire dei giovani educandi, o, di contro, sulle sanzioni e le reprimende sui comportamenti
scorretti ed inadeguati, soprattutto sugli aspetti antisociali, come la disonestà, l’uso della menzogna
e dell’inganno, la prevaricazione e la violenza. Insomma il ragazzo, visto che è l’uomo e la sua

volontà di possesso a essere sotto accusa, aveva ben chiaro il concetto del dover rendere conto ai
genitori ed anche ai docenti, magari in maniera più indiretta, dei propri comportamenti non solo
nella frequenza e nella didattica, ma anche nella vita personale, e non poteva prescinderne , poiché
in caso di trasgressione, la sua stessa collocazione in famiglia diventa problematica e poco
soddisfacente. Diventa il reprobo, quello che si comporta male, violando i dettami della famiglia
stessa e dunque non può più contare su una solidarietà incondizionata, oltre a sorbirsi rimbrotti da
parte un po' di tutti, e questo lo rende ancora più nervoso e chiuso al dialogo. Sfuggono a questo
tipo di dissuasione di gruppo, i figli unici, spesso meno adattati ed adattabili alla riprovazione
sociale che funge da deterrente nei riguardi di comportamenti inopportuni e negativi o al limite
antisociali come il ricorso alla violenza.
Nessuna voglia di ritorno al patriarcato può essere invocata per spiegare, o peggio per giustificare
comportamenti violenti ed aggressivi da parte dei maschi nei confronti delle donne. A meno che
non si approfitti di un lutto così grave a fini meramente rivendicativi da parte delle donne, vittime
sacrificali della violenza in famiglia. Perché non è sempre così. Circa poi le manifestazioni estreme
di questa violenza, gli omicidi, o meglio, i femminicidi, come è invalso l’uso di dire, sono circa 110
in un anno, a fronte di circa 16000 denunce per violenza di cui circa la metà viene ‘inertizzata’ dalla
convocazione del violento con ammonizione da parte del Questore, le restanti ottomila circa, come
si vede, solo un centinaio portano al più grave dei reati. Ma io dico, nel caso di Giulia, che è
mancato del tutto o quasi il controllo della famiglia sulla frequentazione di Giulia con il suo
assassino, Filippo Turretta, nonostante al padre, forse, persona equilibrata e ben pensante, ma
soprattutto alla sorella che riceveva le inquietanti confidenze della vittima sulla natura del suo
rapporto con l’ex fidanzato, la cui frequentazione doveva essere interrotta anche ricorrendo alle
maniere brusche, dopo l’interruzione del fidanzamento e dopo che la sorella, come è lecito
presumere, abbia reso partecipe anche il padre delle ubbie che inducevano l’assassino a mettere in
atto azioni di controllo della ex fidanzata, di prevaricazione e di stalking. Ma questo col ‘senno di
poi’. Purtroppo oltre ad istruire i giovani sui rapporti interpersonali, occorrerebbe aggiornare i
genitori e l’intera famiglia sulla percezione dei ‘segnali’ di pericolo a cui le giovani, almeno quelle
stanno ancora in famiglia, benché assolutamente emancipate dal punto di vista delle frequentazioni
personali, soprattutto in campo amoroso. Oggi le giovani donne escono a qualsiasi ora, rientrano a
qualsiasi ora, frequentano chi vogliono, viaggiano ed incontrano persone a fini affettivo-sessuali,
senza che la famiglia possa proferire verbo. E’ il segno dei tempi. Ma oggi i pericoli per la vita non
sono più quelli di essere considerate ‘poco serie’, troppo disponibili e disinvolte. Oggi, la mancanza
di controllo autorevole ed amorevole dei genitori, soprattutto, le espone a rischi mortali.