Geopolitica di un’escalation: intervista sull’Asse Washington-Teheran
Domanda: L’attuale fase del confronto vede lo Stretto di Hormuz parzialmente bloccato da mine e i raid Houthi contro l’Arabia Saudita. Che tipo di logica bellica sottende a questa condotta?
Risposta: Non ci troviamo di fronte a episodi tattici isolati, bensì alla sistematica applicazione della dottrina iraniana di deterrenza asimmetrica e di logoramento a bassa intensità. Il ricorso a mine navali non tracciabili nello Stretto di Hormuz risponde alla precisa necessità di paralizzare i flussi energetici globali senza offrire un casus belli formale che giustifichi un’invasione o un attacco convenzionale su larga scala. Colpire quattro petroliere è sufficiente a far impennare i costi assicurativi e a rallentare drasticamente la navigazione, con l’effetto immediato di scuotere i mercati petroliferi internazionali. Nel momento in cui questa pressione marittima viene coordinata con i raid mirati degli Houthi contro le infrastrutture saudite, Teheran dimostra che la propria profondità strategica abbraccia l’intero scudo regionale dal Golfo Persico al Mar Rosso. Il messaggio di fondo indirizzato a Washington è che qualsiasi azione militare diretta contro il territorio iraniano produrrà ripercussioni economiche sistemiche insostenibili per l’intera economia occidentale e per la sicurezza dei suoi alleati regionali.
Domanda: A questo proposito, Mohammad Mokhber, consigliere della Guida Suprema Mojtaba Khamenei, ha rivolto un monito diretto ai Paesi europei, accusandoli di aver “seminato vento” per via del loro sostegno agli USA e paventando una “tempesta” di crisi economiche e sociali. Come si colloca questa dichiarazione sul piano analitico?
Risposta: Questa presa di posizione sfrutta con grande spregiudicatezza la principale vulnerabilità strutturale dell’Unione Europea, ovvero la sua forte dipendenza dalle catene di approvvigionamento energetico e dalle rotte commerciali marittime. A differenza degli Stati Uniti, che godono di una sostanziale autosufficienza energetica grazie alle risorse interne, l’Europa assorbe in modo immediato e violento ogni shock sui prezzi del greggio e del gas. Quando Mokhber evoca esplicitamente le proteste sociali registrate in Francia e in altre nazioni del continente, mette in atto una raffinata operazione di guerra cognitiva: il suo obiettivo è dimostrare alle opinioni pubbliche europee che il sostegno incondizionato alla linea massimalista di Washington si traduce direttamente in una diminuzione del loro benessere materiale e in una crescente instabilità interna. Dal punto di vista negoziale, si tratta di un chiaro tentativo di incrinare l’unità transatlantica, avvertendo le capitali europee che la cooperazione militare e logistica offerta alla NATO comporta costi interni di ordine economico e sociale non più ammortizzabili.
Domanda: Questo solleva una questione di fondo: fino a che punto gli interessi di sicurezza degli Stati Uniti e dei loro alleati europei rimangono allineati in questo scenario?
Risposta: Emerge chiaramente una profonda asimmetria strategica che incrina la solidità di fondo del blocco occidentale. Per gli Stati Uniti, la gestione del dossier iraniano si inserisce in una proiezione di potenza globale e di contenimento geostrategico i cui costi immediati sul mercato interno restano ampiamente circoscrivibili. Per i partner europei, al contrario, ogni singola settimana di tensione a Hormuz si traduce in spinte inflazionistiche, difficoltà per il comparto manifatturiero e tensioni socio-politiche latenti. L’Europa si trova dunque nella scomoda posizione di dover subire le pesanti esternalità negative di decisioni maturate oltreatlantico, pur essendo priva di una reale autonomia diplomatica o militare per orientare i tempi e i modi di questa crisi. Questo divario alimenta un progressivo scollamento sotterraneo tra la dottrina strategica di Washington e le reali urgenze di sicurezza economica delle cancellerie europee.
Domanda: Spostandoci sul versante israeliano, quanto incidono le dinamiche politiche interne e le imminenti consultazioni elettorali sulla gestione e sulla prosecuzione delle operazioni militari?
Risposta: L’intreccio tra il calendario elettorale israeliano e l’andamento del conflitto incarna perfettamente la logica della strumentalizzazione della politica estera per fini di consenso interno. All’interno di un sistema politico caratterizzato da una forte polarizzazione e da equilibri di coalizione estremamente fragili, l’esistenza di una minaccia esistenziale tangibile — come quella rappresentata dall’asse iraniano — costituisce il principale fattore di aggregazione e cooptazione dell’elettorato. Mantenere alta la tensione o accentuare la linea del confronto duro permette alla leadership politica di turno di spostare l’asse del dibattito pubblico lontano dai problemi socio-economici interni o dalle controversie giudiziarie, compattando il fronte nazionale attorno alla bandiera. In questo contesto, le contingenze elettorali non subiscono passivamente gli eventi bellici, ma finiscono per dettare l’agenda e il livello di rigidità della risposta militare.
Domanda: C’è il rischio che questo condizionamento politico interno a Israele finisca per alterare la stessa pianificazione strategica di Washington?
Risposta: È un rischio geopolitico concreto, ascrivibile al classico dilemma della “coda che muove il cane”. Se la leadership israeliana valuta che un’azione militare preventiva o un’escalation mirata contro i nodi strategici di Teheran possa risultare funzionale alla propria sopravvivenza politica e alla tenuta della coalizione di governo, gli Stati Uniti rischiano di subire un vero e proprio fatto compiuto. A quel punto, per evitare il collasso dell’alleato chiave nella regione o una catastrofica perdita di credibilità della propria deterrenza, Washington si vede costretta a intervenire a supporto, riposizionando asset e risorse in tempi non preventivati. Questa dinamica comprime drasticamente gli spazi di manovra della diplomazia della Casa Bianca, la quale si ritrova a dover gestire e subire un’escalation i cui driver decisionali non risiedono nel Maryland o a Washington, ma nelle priorità della politica interna israeliana.
Domanda: Qual è dunque la prospettiva per i prossimi mesi a fronte di questo incrocio tra pressione marittima, fragilità europee e calcoli elettorali?
Risposta: La traiettoria complessiva conduce inevitabilmente verso una logorante guerra d’attrizione strutturata a somma negativa. L’Iran, ben consapevole dell’impossibilità di competere con gli Stati Uniti sul piano della potenza convenzionale simmetrica, continuerà a privilegiare la leva della guerriglia asimmetrica, del sabotaggio marittimo e della pressione indiretta per rendere l’intera situazione economicamente insostenibile per l’Occidente. Sfruttando abilmente il fattore energetico e alimentando i malumori delle società europee, Teheran punterà ad allargare le crepe all’interno dell’alleanza transatlantica. Finché le dinamiche di potere a Gerusalemme e le priorità strategiche della Casa Bianca continueranno a privilegiare il confronto rispetto a una reale de-escalation, il Medio Oriente rimarrà intrappolato in un equilibrio estremamente fragile, dove un singolo errore di calcolo nelle acque del Golfo Persico potrà scatenare onde d’urto sistemiche di portata globale.
Nota biografico – editoriale: “Il dott. Yari Lepre Marrani è scrittore, giornalista culturale e analista geopolitico. Scrive su numerose testate sfruttando le proprie competenze storico – giuridiche. Sull’Avanti! (organo ufficiale del PSI) cura una rubrica di carattere storico ed è analista geopolitico per il quotidiano online NG(Notizie Geopolitiche).Importante menzionare la sua collaborazione con il quadrimestrale dell’AMI(Associazione Mazziniana Italiana), Il Pensiero Mazziniano, con il quale Marrani collabora da anni con articoli o brevi saggi ispirati al pensiero repubblicano. Da settembre 2023 Marrani è inserito tra i poeti contemporanei di WikiPoesia al seguente link: https://www.wikipoesia.it/wiki/Yari_Lepre_Marrani”