MADDALONI – La Sala Comunale Iorio ha ospitato l’11 marzo un incontro molto partecipato dedicato alle ragioni del NO al referendum costituzionale del 22 e 23 marzo. L’iniziativa, promossa nell’ambito della campagna nazionale “Giusto Dire NO”, ha visto intervenire magistrati, avvocati e rappresentanti sindacali, offrendo un quadro nitido dei rischi che la riforma comporta per l’equilibrio democratico e per l’indipendenza della magistratura. A confrontarsi con il pubblico sono stati Gionata Fiore, sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, Francesco Maria Vicino, pubblico ministero a Nola e membro del coordinamento nazionale del Comitato “Giusto Dire NO”, l’avvocata cassazionista Concetta Gentili e la segretaria provinciale della CGIL Sonia Oliviero.
Gli interventi hanno chiarito fin da subito che la riforma non ha alcun legame con la velocizzazione dei processi. Non esiste, è stato ribadito, alcuna evidenza che la separazione delle carriere o la modifica del CSM possa incidere sui tempi della giustizia. L’argomento dell’efficienza, spesso evocato nel dibattito pubblico, è stato definito una copertura retorica priva di fondamento tecnico. È stata poi affrontata la tesi secondo cui giudici e pubblici ministeri, appartenendo allo stesso ordine, tenderebbero ad appiattirsi l’uno sulle richieste dell’altro. Le statistiche ufficiali mostrano invece che più della metà delle decisioni dei giudici si discosta dalle richieste dei PM. Nelle indagini preliminari le richieste dei PM vengono spesso rigettate, e casi recenti lo dimostrano con chiarezza: archiviazioni chieste dai PM e respinte dai giudici, assoluzioni richieste dai PM e trasformate in condanne, misure cautelari richieste in un senso e decise in un altro. È la quotidianità del lavoro giudiziario, non un’eccezione.
Nemmeno l’argomento disciplinare regge alla prova dei dati. Il Consiglio d’Europa certifica che l’Italia è tra i Paesi che sanzionano di più i magistrati: trentotto sanzioni nel 2022, contro le sette francesi e le trenta spagnole. Dal 2010 al 2025 il cinque per cento dei magistrati italiani è stato sanzionato, contro l’uno per cento francese e il due per cento spagnolo. Non esiste alcun problema di impunità. Il sistema disciplinare funziona già, e funziona più che altrove.
Se la riforma non serve a migliorare i tempi, né a correggere presunti automatismi, né a rafforzare il sistema disciplinare, allora qual è il suo vero obiettivo. Su questo punto i relatori sono stati unanimi: la riforma mira a indebolire e controllare il Consiglio Superiore della Magistratura. Il CSM è il presidio dell’indipendenza dei magistrati, l’organo che decide carriere, trasferimenti, valutazioni, e che garantisce l’equilibrio tra poteri. Indebolirlo significa rendere i magistrati più esposti alle pressioni, condizionare l’intero sistema giudiziario, ridurre la capacità di indagare sui poteri forti.
La separazione delle carriere, presentata come un passo verso la modernità, è stata descritta come un indebolimento delle garanzie dei cittadini. I padri costituenti vollero tutti mantenere pubblici ministeri e giudici nello stesso ordine, per evitare che il PM diventasse subordinato al governo e per garantire una cultura comune delle garanzie. Il PM non è una parte come l’avvocato: ha il dovere costituzionale di cercare anche le prove a favore dell’indagato. Il sessantacinque-settanta per cento dei fascicoli viene archiviato su richiesta del PM. Per molti cittadini, il primo difensore è proprio il pubblico ministero. Separare le carriere significa creare due culture professionali divergenti, spingere il PM verso una logica di polizia, indebolire il giudice e ridurre le garanzie dei cittadini più deboli.
Particolare preoccupazione ha suscitato il nuovo tribunale disciplinare previsto dalla riforma, modellato sul tribunale militare in tempo di guerra, presieduto da membri di estrazione politica e privo di possibilità di ricorso. I magistrati diventerebbero l’unica categoria senza diritto al ricorso contro sanzioni disciplinari. È stato definito un salto indietro di oltre un secolo, un ritorno a un modello pre-costituzionale che ricorda l’Ordinamento Grandi del 1923, quando il PM dipendeva dal ministro, il giudice era meno protetto e il disciplinare era uno strumento politico. In questo quadro, il vero danneggiato non è il magistrato, che “lo stipendio lo porta a casa comunque”, ma il cittadino. Un sistema giudiziario più esposto al potere politico significa meno indagini sui potenti, meno tutela dei diritti, meno protezione contro abusi, evasione e corruzione, meno giustizia per chi non ha voce. La riforma non colpisce una categoria: colpisce la società.
Nella parte finale dell’incontro, un intervento dal pubblico ha richiamato due elementi che hanno ridato forza al NO e che devono restare centrali nella comunicazione. Il primo riguarda il sorteggio, presentato come garanzia di neutralità ma in realtà molto fragile, perché non sarebbe un sorteggio puro: avverrebbe da un elenco costruito dopo il referendum tramite leggi ordinarie, consentendo a ogni governo di decidere chi entra e chi resta fuori. Il vero potere starebbe nella composizione dell’elenco, non nell’estrazione. Il secondo punto ha riguardato il tentativo della Presidente del Consiglio di trasformare il referendum in un voto politico, spostando il dibattito dal merito a un terreno identitario favorevole al governo. Il NO è cresciuto perché è rimasto ancorato ai contenuti, ed è su quel terreno che deve restare per difendere la propria credibilità e la qualità della democrazia.
L’incontro di Maddaloni ha mostrato che il dibattito sulla giustizia non è una questione tecnica riservata agli addetti ai lavori, ma un tema che riguarda la vita democratica di tutti. Difendere l’autonomia della magistratura significa difendere la possibilità per ogni cittadino di essere ascoltato, tutelato, protetto. Significa preservare un equilibrio costituzionale che non appartiene a una categoria, ma alla Repubblica. In un tempo di polarizzazione e di sfiducia, il NO non è un gesto di appartenenza, ma un atto di responsabilità civile, un modo per ribadire che la giustizia non può essere piegata a logiche di potere, ma deve restare un bene comune.