I bambini della Shoah

Più di duecento dal ghetto di Roma mai ritornati

Quando si pensa alla Shoah, la parola che immediatamente ci si accosta è orrore.

 

La giornata della memoria ci chiede di non dimenticare quell’orrore. Oggi nel mondo vi sono guerre e spesso si parla ancora di stermini. Verso queste crudeltà bisogna ergere subito un muro, ricorrendo alla memoria per impedire all’umanità di tornare sulle strade dell’orrore.

Il museo della Shoah, fra le centinaia di testimonianze, conserva una sezione dedicata ai bambini; più di duecento furono i deportati da Roma e nessuno tornò indietro.

La foto di Emma può testimoniare per tutte le infanzie spezzate il 16 ottobre 1943.

L’infanzia è uno dei luoghi più vulnerabili della memoria. Senza le fotografie, le lettere, i certificati conservati dalle famiglie, molte di queste vite sarebbero rimaste anonime. La campagna “Dalle case alla Storia” nasce anche per questo: per restituire ai più piccoli il diritto di essere ricordati.

Le storie che emergono dai documenti familiari parlano di bambini molto piccoli, di madri strappate dalle case, di padri scomparsi dopo una delazione. Raccontano una Shoah vista dall’altezza di chi non aveva strumenti per capire, e a volte neanche per ricordare.

Emma Di Veroli aveva poco più di due anni quando fu arrestata, il 16 ottobre 1943, insieme ai suoi genitori Mario Di Veroli e Grazia Ajò, e deportata a Birkenau. Nessuno di loro farà ritorno.

La sua foto, conservata per decenni dai parenti, è oggi il simbolo degli oltre 200 bambini deportati da Roma tra il 16 ottobre 1943 e la Liberazione. Il fondo Di Veroli, donato alla Fondazione nel 2017, ha permesso di ricostruire la storia di questa famiglia.

Grazie ai documenti preservati, oggi questi bambini tornano ad avere un nome e una storia.

La giornata della memoria non è solo un momento di commemorazione, ma un appello all’umanità per costruire un futuro migliore, imparando dal passato.