Il pensiero aristotelico applicato all’impresa: intervista ad Arianna Fermani

A cura di Sara Palmieri

Nel contesto della rassegna “Scenari del reale”, curata dal professor Pasquale Vitale, presso lo spazio off “Smoda” di Gianni Aversano, è stato presentato il libro “Aristotele Manager” di Arianna Fermani, pubblicato dalla casa editrice Scholé. All’incontro hanno partecipato la prof.ssa Nunzia Capasso, il prof. Salvatore Grandone e la studentessa Martina Iorio.

Al termine della presentazione, ho rivolto alcune domande all’autrice.

Professoressa Fermani, da dove nasce l’idea di collegare il pensiero di Aristotele al mondo del management contemporaneo? C’è stato un momento preciso che ha dato origine a questo progetto?

«Come ci insegna Aristotele nella vita non esiste mai una relazione semplice di causa-effetto. Ogni realtà è complessa e può essere compresa solo considerando una pluralità di fattori. Richiamando la celebre dottrina delle quattro cause (materiale, formale, efficiente e finale), posso dire che la nascita del libro è frutto di una “costellazione di cause”. L’idea ha preso forma durante un incontro universitario dedicato agli studenti magistrali di filosofia, pensato per creare un dialogo tra formazione umanistica e mondo del lavoro. In quell’occasione intervenne l’economista Luigino Bruni, che parlò delle caratteristiche dell’economia contemporanea e della figura del manager. Mentre lo ascoltavo pensavo che molte delle cose che diceva fossero già presenti in Aristotele.
Da quell’intuizione, e grazie al confronto con l’editore, nacque la proposta di scrivere un testo che mettesse in dialogo il pensiero aristotelico con il management moderno. È stato un lavoro nato quasi naturalmente, perché non ho fatto altro che rielaborare temi che studio e insegno da anni. E quando si lavora con piacere, forse le cose riescono meglio».

Nel libro emerge un’idea di impresa orientata non solo al profitto, ma anche al bene comune. Quanto è realistico oggi proporre un modello “etico” di management ispirato ad Aristotele?

«Aristotele era un grande realista», spiega Fermani. «Per lui la ricchezza è un bene. Come la bellezza, il piacere, il lavoro. Il problema non è il possesso in sé, ma l’uso che ne facciamo. Secondo il filosofo, ciò che conta è la libertà: ogni bene diventa positivo se non ci rende schiavi. Se la ricchezza diventa fine ultimo dell’esistenza, l’uomo perde la propria autonomia e si trasforma in servo del denaro. Se invece è uno strumento per realizzare la felicità, allora può essere un mezzo autenticamente umano. La riflessione si estende anche al rapporto tra lavoro e tempo libero. Per Aristotele, il vero tempo libero non è ozio passivo, ma spazio dedicato alla crescita interiore, alla riflessione, alla felicità. È il tempo che libera, non quello che distrae. Trasposto nel contesto aziendale contemporaneo, questo significa che un’impresa può funzionare meglio quando non persegue esclusivamente il profitto, ma promuove il benessere delle persone che ne fanno parte. Ho studenti che oggi sono manager e mi dicono che quando in azienda si punta anche alla felicità dei dipendenti, i risultati economici migliorano».

La felicità, dunque, “paga”. Non solo in senso economico, ma in termini di qualità della vita. Perché la vera domanda, conclude la professoressa, non è “quanto possiedo?”, ma “come sto?”.

Al termine dell’incontro possiamo affermare che “Aristotele Manager” è un libro rivolto a tutti, non soltanto ai professionisti dell’impresa. Il testo dimostra come il pensiero dei filosofi antichi continui a offrire strumenti preziosi per interpretare il presente. L’attualità di Aristotele non risiede soltanto nella sua capacità di migliorare l’efficienza organizzativa, ma soprattutto nel richiamo a una dimensione più profonda: quella del benessere, della libertà e della felicità come fine ultimo dell’agire umano.

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