Instasophia, Aristotele manager, il nuovo libro di Arianna Fermani

A cura di Nunzia Capasso e Pasquale Vitale

«Che cosa hanno a che fare Aristotele e il mondo del management?» (A. Fermani, Aristotele manager, Scholé editrice ) – una domanda che oggi suona sorprendentemente attuale, se pensiamo alle sfide di manager e leader nella complessità del mondo moderno – Con questa domanda esordisce Alessandra Fermani, docente di Storia della filosofia antica all’Università di Macerata. Il volume, agile ma denso, propone un viaggio coinvolgente alla riscoperta della lezione di Aristotele, sedimentata «nelle pieghe concettuali e semantiche della sua lingua sapiente» (p. 106). È la sapienza pratica – l’arte di condurre la propria vita tra le incertezze e di ricercare la felicità – a rendere la riflessione aristotelica ancora oggi significativa. Nell’Etica Nicomachea Aristotele definisce la eudaimonía come «attività dell’anima secondo virtù» (EN I, 7, 1098a16) – non uno stato passivo, ma un esercizio continuo – È già qui delineata un’idea di successo lontana dal colpo di fortuna o dall’effimero risultato economico, in quanto il successo è un’attività conforme a virtù, stabile e coerente nel tempo – un concetto che ricorda quanto il successo reale richieda pazienza, disciplina e coerenza tra valori e azioni. La prima tappa dell’itinerario è dunque il tema del successo, che non è mai frutto del caso ma il risultato di una vita impegnata. Sempre nell’Etica Nicomachea (II, 1, 1103a15-25), Aristotele afferma che le virtù etiche si acquisiscono attraverso l’héxis, l’abito formato dalla ripetizione di atti, diventiamo giusti compiendo azioni giuste, temperanti compiendo azioni temperanti. È l’idea dell’áskesis, dell’allenamento – una vita all’insegna dell’áskesis […] che non consuma ma che, al contrario, affina, tornisce» (p. 31) – In questa prospettiva, il successo non coincide con l’exploit improvviso, ma con la costruzione lenta di un carattere. Il manager, come l’atleta evocato nel celebre paragone aristotelico (EN II, 2, 1104a), deve trovare il giusto mezzo tra eccesso e difetto, dosando energie, tempi e decisioni – un invito che oggi vale anche per chi guida organizzazioni complesse o progetti innovativi. Da qui si passa alla seconda tappa, le strategie da tenere a mente secondo Aristotele. «Il manager deve dunque essere “saggiamente” coraggioso e deve saper “mixare” responsabilmente ragione e passione» (p. 49). Il riferimento è alla dottrina della medietà (EN II, 6, 1106b36-1107a2): il coraggio (andreía) è il giusto mezzo tra temerarietà e codardia. In ambito manageriale, ciò significa saper rischiare senza imprudenza e saper attendere senza paralisi. La virtù decisiva è però la phrónesis, la prudenza o saggezza pratica, definita nell’EN VI, 5 (1140b20-23) come «disposizione vera, accompagnata da ragione, concernente l’agire umano in vista del bene» – non è mera abilità tecnica (téchne), ma capacità deliberativa (bouleusis) orientata al fine giusto – un monito a chi oggi misura tutto in termini di risultati immediati e performance, dimenticando il bene collettivo. Aristotele distingue infatti tra chi sa raggiungere qualsiasi fine (abilità strumentale) e chi sa scegliere fini buoni: solo quest’ultimo possiede autentica phrónesis. È ciò che la Fermani definisce «sapere impastato col desiderio» (p. 56) e cioè un’intelligenza incarnata, capace di connettere logos e pathos. Pagina dopo pagina, il testo accorcia la distanza tra noi e Aristotele, mostrando come egli abbia intuito la complessità del reale. Nella Metafisica (IV, 2, 1003a33) il Filosofo afferma che «l’essere si dice in molti modi», un principio che invita a considerare la pluralità dei significati e dei livelli della realtà – la pluralità dei significati richiama la necessità di una visione sistemica e integrata delle organizzazioni contemporanee. Un buon manager, analogamente, non può ridurre l’impresa a un solo parametro (profitto, efficienza, consenso), ma deve coglierne la multidimensionalità: economica, relazionale, etica. Inoltre, nella Politica (I, 2, 1252b27-30) Aristotele ricorda che l’uomo è zóon politikón, un essere naturalmente orientato alla comunità. L’attività economica (oikonomía) è subordinata al bene della polis: l’accumulazione illimitata di ricchezza (chrematistiké) viene criticata quando diventa fine a sé stessa (Pol. I, 9, 1257b). Qui il discorso si fa attualissimo: non esiste leadership autentica che non sia ordinata al bene comune – e questo è forse il messaggio più urgente: ogni scelta economica è prima di tutto una scelta umana, con conseguenze reali sulla comunità. Giungiamo così all’ultima tappa del percorso. Nel pensiero aristotelico, successo, sapere pratico e saggezza convergono verso uno scopo preciso: il bene comune (koinòn agathón). L’Etica Nicomachea si apre affermando che il bene più alto è quello «della città» (EN I, 2, 1094b7-10), perché più perfetto e più divino di quello del singolo. Il manager, allora, non è soltanto un decisore efficiente, ma un attore etico inserito in una rete di relazioni. Ed è forse qui che il libro della Fermani colpisce più a fondo, perché ci ricorda che Aristotele non appartiene ai musei del pensiero, ma alle nostre decisioni quotidiane. La sua lezione attraversa l’Etica Nicomachea, la Politica, la Metafisica, componendo un’idea di azione in cui razionalità, virtù e responsabilità sono inseparabili. In un orizzonte «in cui etica ed economia sembrano non avere nessun punto di tangenza» (p. 12), la voce del Filosofo continua a dirci — con sorprendente lucidità — che non esiste successo senza responsabilità, né leadership senza umanità – una scelta che, oggi più che mai, può fare la differenza tra leadership responsabile e gestione superficiale. A noi resta la scelta se andare a lezione da Aristotele oppure lasciare che il tempo ne spenga l’eco nella nostra cultura.

Il testo sarà presentato il 2 dicembre ore 18:00, presso lo spazio Office “Smoda” a Sant’Arpino, nell’ambito della rassegna “Scenari del reale”.