
Pochi giorni fa il presidente della Provincia di Caserta Anacleto Colombiano ha partecipato ad una riunione tecnico-operativa con il team della prof.ssa Claudia De Biase del Dipartimento di Architettura e Disegno Industriale dell’Università Vanvitelli “per fare il punto sullo stato di avanzamento ed elaborazione del Piano per l’individuazione delle zone idonee e non idonee ad ospitare impianti di recupero e smaltimento dei rifiuti”.
Lo leggiamo sulla pagina social dell’ente dove con gran risonanza si annuncia che e’ in corso l’analisi che ” mette in correlazione i quantitativi e le diverse tipologie di rifiuti con la densità abitativa del territorio, nonché con i vincoli ambientali, paesaggistici, urbanistici e infrastrutturali vigenti” e che si sta procedendo “alla sovrapposizione cartografica dei piani territoriali e settoriali, passaggio indispensabile per individuare le aree non idonee nel pieno rispetto della normativa e delle competenze provinciali, anche al fine di poter legittimamente arginare il proliferare di tali impianti”. Quasi ad esprimere un’inedita consapevolezza sul rischio oggettivo che il territorio senza questa individuazione possa restare in balia di una forsennata e sregolata colonizzazione da impiantistica impattante. E di impiantistica impattante gli enti preposti ne avrebbero da registrare con facilità considerando le autorizzazioni che vengono rilasciate per legge, e dalla Regione e dalla Provincia. Non solo.
La competenza ad individuare le zone idonee e quelle inidonee alla collocazione di un impianto di smaltimento dei rifiuti, sulla base di quanto previsto nel Piano regionale di gestione dei rifiuti, spetta alle Province (articolo 197, Dlgs 152/2006). Il Consiglio di Stato con la sentenza 21 dicembre 2009, n. 8532 precisa una chiara suddivisione delle competenze tra Stato, Regioni e Province, attribuendo allo Stato il potere di decidere i criteri generali per stabilire dove tali impianti non possono essere localizzati; alle Regioni, la competenza ad individuare i criteri generali per l’individuazione zone non idonee attraverso la predisposizione dei Piani regionali di gestione dei rifiuti, mentre alle Province spetta la definitiva identificazione delle aree idonee e di quelle non idonee all’insediamento di tali impianti di smaltimento nelle more, dove adottato, del Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale (PTCP) e delle direttive imposte dal PRGR e assunti i pareri obbligatori ma non vincolanti dell’Autorità d’ambito e dei comuni.Tra le competenze provinciali segnaliamo l’approvazione dello stesso PTCP, ex art. 20, comma 2, del D. Lgs. 18 agosto 2000, n. 267, che fornisce prescrizioni direttamente applicabili, prevalenti sugli strumenti di pianificazione comunale ed immediatamente vincolanti anche nei confronti dei privati. Così, in particolare, la sentenza del Consiglio di Stato n° 7011 del 19 ottobre 2021 stabilisce che sulla base dei criteri stabiliti nel Piano Regionale (DLgs 152/2006) non possono essere autorizzati impianti in siti diversi dalla pianificazione provinciale e di ambito.
Intanto la Regione Campania ha aggiornato dal 29 luglio 2024 il Piano regionale di gestione dei rifiuti urbani (PRGRU), entrato in vigore nel 2017 e integrato nel 2020, adeguandolo alle nuove sfide “circolari” europee. Pertanto l’autodifesa dell’amministratore provinciale Anacleto Colombiano che ascrive dalla sua un impegno indefesso sui temi ambientali appare discutibile se dopo nove anni dal PRGRU indica ad oggi uno “studio” commissionato a settembre 2025 all’Università Vanvitelli per un aggiornamento del PTCP e per la redazione del Piano di individuazione delle zone idonee e non idonee ad ospitare impianti di recupero e smaltimento rifiuti. Così mentre e’ “in corso” la sovrapposizione cartografica dei piani territoriali e settoriali di cui non si hanno tempi certi, slogan e autoreferenzialità la fanno da padroni, considerato che la direttiva 2001/42/CE impone, allorché si debba porre in essere un piano che possa avere significativi impatti sull’ambiente, che il soggetto procedente sia informato della natura e dell’entità di tale impatto, prendendo in considerazione il rapporto ambientale e i pareri espressi dalle autorità preposte alla tutela dell’ambiente e dal pubblico, avendo determinato le specifiche modalità per l’informazione e la consultazione sia delle autorità e sia del pubblico. Ma tutto questo resta solo un’opzione non ritenuta prescrittiva. E l’Ente Provincia propone così la sua narrazione viziata, parziale, in contraddizione con gli atti ufficiali dei procedimenti. Come la recente “rappresentazione di coinvolgimento” del presidente Colombiano e del dirigente Giovanni Solino messa in scena sul martoriato litorale domizio dove si svolgeva una meritoria pulizia delle spiagge da parte delle associazioni a beneficio delle tartarughe. La fiera di disinformazione e celate verità e’ perennemente sotto gli occhi di tutti, verità occultate sapientemente come il materiale coperto da opportuni teloni in PVC trasportato da un autocarro, uno delle decine di camion giornalieri, che abbiamo visto entrare alla volta dell’accesso laterale alla Calenia Energia sull’Appia dove le comunità in mobilitazione si sono date appuntamento per un corteo regionale il 21 febbraio scorso chiedendo, sempre più forte, lo stop agli impianti di stoccaggio e smaltimento rifiuti.
“A Pignataro Maggiore, in località Cauciano, si vorrebbe sventrare una zona archeologica per impiantare una centrale a biomasse………A Sparanise l’area Ex Pozzi resta senza bonifica, mentre continua l’offensiva mortifera di aziende come Calenia, Encon e molte altre. A Pastorano ci sono due siti incendiati, ancora lì, mai bonificati. A Vitulazio la concentrazione di impianti tessili è una bomba ecologica pronta a esplodere”scrive il movimento Basta Impianti che ha promosso il corteo come le altre assemblee popolari e i presidi di sorveglianza attivati in questi mesi. La Encon Srl, una delle realtà più controverse, vuole trasformare un impianto da rifiuti non pericolosi a rifiuti pericolosi (161.500 tonnellate annue, di cui 27000 tonnellate di rifiuti pericolosi), nell’inerzia dell’amministrazione Martiello di Sparanise che aveva concesso alla Encon anche la gestione e manutenzione dei depuratori, incarico poi annullato nel 2024 dai commissari prefettizi per gravi irregolarità.
Inerzia colpevole dello stesso ente comunale esibita verso la richiesta di realizzazione di un nuovo impianto di accumulo elettrochimico BESS( Battery Energy Storage System) presso lo stesso complesso industriale della Calenia Energia S.p.A.. Un attentato ambientale che si perpetua sul territorio, anche alla luce della recente autorizzazione ambientale regionale rilasciata alla ENCON S.r.l. e dei recenti eventi di roghi tossici che hanno interessato l’area vasta, con conseguenti preoccupazioni per la salute pubblica.
Proviamo a spostarci con 15 minuti di auto dalla cava ex Pozzi, in direzione di Grazzanise, in località Borgo Appio, via Fiume Morto. Il nome della via sembra con efficacia evocare il destino inevitabile del Volturno che scorre vicino, malsano e desolato. Dal 22 luglio 2024 nell’area è in fase di costruzione, quasi ultimato, un impianto industriale della società Capwatt Biometano, con sede legale a Brescia, destinato alla produzione di biometano derivante dalla digestione anaerobica di reflui zootecnici, sottoprodotti agricoli, rifiuti organici (principalmente dalla digestione anaerobica di liquami provenienti da aziende agrozootecniche prevalentemente bufaline). Nelle immediate vicinanze, a meno di 50 metri, sono presenti edifici privati tra cui quello dove vive la famiglia di U. G. e N. M. che, assistiti dall’avvocato di Sparanise Aspreno Ciccarelli, hanno recentemente richiesto un risarcimento danni alla Capwatt considerato i disagi persistenti già in fase di cantiere tra “rumori, vibrazioni e polveri; intenso traffico di mezzi pesanti, alterazione dello stato dei luoghi e del contesto abitativo”, nonché il sensibile decremento di valore del proprio fabbricato (foto dell’impianto e del fabbricato). Inoltre riscontriamo che il terreno confinante su cui nasce l’impianto risulta di proprietà della moglie del sindaco di Cancello ed Arnone. Abbiamo già scritto sul nostro portale delle innumerevoli controindicazioni ambientali ed economiche degli impianti di biogas in programmazione in Terra di Lavoro, un numero esorbitante anche considerando il fabbisogno di smaltimento dei reflui zootecnici. In questi giorni e’ alla ribalta la bozza del nuovo decreto Bollette che introduce un taglio annuo del 20% dei Prezzi minimi garantiti (Pmg) dal 2026 al 2030, fino al loro azzeramento finale, per l’energia elettrica prodotta da impianti a biogas e biomassa di origine agricola. Questo produrrebbe una riduzione degli oneri di sistema che graverebbero sulle bollette ma metterebbe a rischio la tenuta economica degli impianti.
Nel tempo gli incentivi statali sono passati da una tariffa onnicomprensiva ai Pmg, introdotti nel 2024 e rafforzati dal Decreto Pnrr Pratiche Ecologiche dello scorso anno. Tagliare i Pmg significa, secondo Confagricoltura, Coldiretti e Cia, tagliare il supporto alle aziende. L’interrogativo diventa se la pianificazione di questi sedicenti pilastri della tutela di suolo e acqua, individuati in dispositivi così impattanti con i territori “sacrificati” senza una consultazione delle comunità, non sia piuttosto da rivedere con rigore operando un bilancio vero dei costi/benefici in rapporto alla loro dislocazione.