Negli ultimi anni il servizio pubblico ha mostrato un’evoluzione che non può più essere interpretata come una serie di episodi isolati. È un percorso coerente, che restringe lo spazio del dissenso, neutralizza le voci scomode e piega la Rai alla narrazione del potere. La rimozione del riferimento di Ghali al genocidio palestinese durante il Festival dell’anno scorso è stato il primo segnale evidente. Non un errore tecnico, ma una scelta politica. Da allora la gestione delle sue apparizioni è diventata un esempio di censura moderna: non si vieta il contenuto, lo si rende invisibile, come accaduto alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali, quando la regia ha evitato di mostrarlo mentre leggeva una poesia contro la guerra. La vicenda Levante ha segnato un ulteriore salto di qualità. Dopo la sua dichiarazione sull’Eurovision, la Rai ha imposto agli artisti una disponibilità preventiva alla partecipazione, trasformando un regolamento in un vincolo politico. È una forma di censura preventiva che rivela un servizio pubblico sempre più allineato alle esigenze del governo. A giustificazione di tutto ciò si ripete che Sanremo sarebbe solo una festa della canzone, un luogo leggero, avulso dalla realtà. Ma questa narrazione tradisce la storia stessa del Festival, che ha sempre intercettato il clima del Paese e dato voce alle sue tensioni. Basterebbe ricordare quando Pippo Baudo diede la parola a un uomo che minacciava di gettarsi dalla balconata per rivendicazioni sociali. Oggi accade l’opposto: la realtà viene tenuta fuori. Eppure, proprio mentre il servizio pubblico si piega, l’arte continua a resistere. Si possono addomesticare conduttori e coconduttori, si possono selezionare gli ospiti con cura diplomatica, ma non si può annientare l’artista. Non si può cancellare la volontà di chi porta sul palco il mondo da cui proviene. La serata inaugurale di quest’anno lo ha dimostrato. Il gesto di Ermal Meta, con i nomi dei bambini uccisi a Gaza cuciti sull’abito, ha riportato la realtà al centro senza bisogno di proclami. La memoria, quando entra in scena, non chiede permesso. Allo stesso modo, la presenza di Gianna Pratesi, testimone del referendum del 1946, ha ricordato che la storia non è mai neutra, anche quando si tenta di limitarne la voce. Molti artisti hanno portato sul palco temi sociali, politici e di genere attraverso testi, corpi e simboli che sfuggono al controllo perché non sono frontali. Parlano di identità fluide, precarietà, solitudine, conflitti generazionali, pace e dignità. Non gridano, ma mostrano. Non proclamano, ma insinuano. E proprio per questo risultano più difficili da contenere. La censura non produce silenzio: produce linguaggi nuovi. L’arte trova sempre un varco, un gesto, un dettaglio che sfugge al controllo. Le implicazioni di questa deriva sono profonde. Quando un artista non può parlare di guerra, quando un messaggio pacifista viene oscurato, quando un’opinione politica viene neutralizzata prima ancora di essere espressa, il dibattito pubblico si impoverisce. La cultura diventa un territorio sterilizzato, dove ciò che può generare discussione viene rimosso o attenuato. È un modello che produce conformismo e che svuota il servizio pubblico della sua funzione democratica.