Nel pieno dell’escalation militare che coinvolge l’Iran e le potenze occidentali, la posizione della Spagna guidata da Pedro Sánchez si è distinta per chiarezza e nettezza. “No alla guerra” è la formula scelta da Madrid, semplice ma densa di implicazioni politiche e giuridiche. Il governo spagnolo ha deciso di non sostenere l’intervento militare contro Teheran e di ribadire che la risposta a una crisi internazionale non può fondarsi sull’iniziativa unilaterale o sull’uso preventivo della forza, bensì sul diritto internazionale e sugli organismi multilaterali.
La linea dell’esecutivo spagnolo si colloca in un solco che richiama una memoria storica ancora viva in Europa. Le guerre condotte senza un chiaro mandato internazionale hanno prodotto instabilità durature, squilibri regionali e una diffusa erosione della fiducia nell’ordine giuridico globale. Non si tratta di ignorare la natura autoritaria del regime iraniano, né di minimizzare le tensioni geopolitiche in Medio Oriente. Si tratta, piuttosto, di riaffermare un principio. La legittimità dell’azione internazionale non può prescindere da un quadro condiviso e da una decisione assunta nelle sedi competenti.
Il nodo centrale è proprio questo. In un sistema internazionale fondato, almeno formalmente, sulla Carta delle Nazioni Unite, decisioni di tale portata dovrebbero essere assunte dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, unico organo dotato della legittimazione necessaria per autorizzare l’uso della forza al di fuori dei casi di legittima difesa immediata. Quando singoli Stati o alleanze decidono di intervenire militarmente senza un chiaro mandato multilaterale, si produce una frattura nell’architettura giuridica globale. La politica della forza finisce così per prevalere sulla forza della politica, alterando equilibri che, pur fragili, rappresentano l’unico argine alla legge del più forte.
In questo contesto ha suscitato discussione anche il ruolo della moglie del presidente statunitense Donald Trump, che ha presieduto una sessione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu in una fase cruciale della crisi. La scelta, pur formalmente possibile all’interno delle dinamiche diplomatiche, ha assunto un evidente valore simbolico e politico. In momenti di alta tensione internazionale, la percezione della neutralità e dell’autorevolezza delle istituzioni è decisiva. Ogni sovrapposizione tra dimensione familiare e funzione istituzionale rischia di alimentare l’idea che i grandi equilibri globali possano essere gestiti come un’estensione della politica interna o, peggio, come una proiezione personalistica del potere.
Il punto non è la persona in sé, ma il messaggio che si trasmette. Se il Consiglio di Sicurezza deve essere il luogo della mediazione, del confronto tra potenze e della ricerca di un equilibrio, esso non può apparire come il teatro di dinamiche politiche interne a un singolo Stato. La credibilità dell’ordine internazionale si regge su simboli, procedure e ruoli ben definiti. Incrinarli significa indebolire ulteriormente un sistema già sottoposto a forti tensioni.
La posizione spagnola, in questo scenario, assume un valore che va oltre la contingenza. Dire no alla guerra non equivale a una resa diplomatica né a un atto di equidistanza morale. È piuttosto un richiamo al primato del diritto e alla necessità che siano gli organismi internazionali a deliberare sulle questioni che possono compromettere la pace globale. In un’epoca in cui le crisi si moltiplicano, dall’Europa orientale al Medio Oriente, riaffermare il principio della legalità internazionale non è un esercizio retorico ma una scelta politica.
Se la comunità internazionale accetta che la forza possa sovvertire regole e procedure, si apre una stagione in cui ogni potenza si sentirà legittimata ad agire unilateralmente, appellandosi alla propria sicurezza o ai propri interessi strategici. È un precedente pericoloso. Il diritto internazionale nasce proprio per limitare l’arbitrio e per sottrarre le decisioni più gravi alla logica della supremazia militare.La crisi iraniana non interroga soltanto le alleanze geopolitiche o le strategie di sicurezza. Interroga il senso stesso dell’ordine globale. La scelta tra diplomazia e intervento armato non è soltanto una questione tattica, ma una scelta di civiltà politica. In questo passaggio storico, la voce di chi richiama il ruolo delle istituzioni multilaterali rappresenta un presidio essenziale contro la tentazione, sempre ricorrente, di affidare alla forza ciò che dovrebbe essere deciso dal diritto.