Spiccioli di spiritualità , L’Iran e le differenze tra sunniti e sciiti

A cura di Michele Pugliese

Per il consueto numero domenicale della rubrica “Spiccioli di spiritualità” diretta dal prof. Pasquale Vitale, Michele Pugliese- partendo dai fatti dell’Iran, una rivoluzione che sta facendo migliaia di morti tra i dimostranti- si sofferma a parlare delle differenze che ci sono tra i musulmani sciiti e sunniti.

Come’è noto dalle notizie che giungono dall’Iran – per la verità un po’ a singhiozzo, oggi se ne parla di più domani un po’ meno – in quel paese è in atto una serie di dimostrazioni contro il regime degli ayatollah che a quanto pare – le notizie giungono filtrate e hanno anche sospeso il collegamento internet – stanno procurando migliaia di morti tra i dimostranti. Come ha ampiamente illustrato Alessandro Campi sul Mattino del 12 gennaio 2026, del cui contributo mi avvalgo nella stesura della prima parte del mio articolo, per capire cosa sta accadendo in quel paese bisogna partire dall’unicità di quel regime, che non è una dittatura classica o semplicemente una struttura di potere repressiva e intollerante, ma è una teocrazia, ovvero un governo della società basato sull’osservanza scrupolosa e obbligatoria dei dettami religiosi. Un sistema nel quale il potere – politico economico ideologico – è direttamente nelle mani del clero sciita che lo gestisce a partire dalla rivoluzione del 1979 utilizzando, come braccio armato, i guardiani della rivoluzione: prima milizia, e poi corpo militare, direttamente agli ordini della Guida suprema. Mi si perdoni il paragone un po’ ardito, ma è se come in Italia governasse, invece che un parlamento liberamente eletto, il papa e che la sua milizia (le guardie svizzere) arrestassero tutti quelli che non vanno a messa la domenica.
In Iran, dopo la rivoluzione di cui si è detto, con cui fu rovesciato il monarca Reza Pahlavi, lo Scià di Persia (regime non molto dissimile a quello attuale, dispotico, corrotto ma per lo meno non legato all’ambito del sacro), si è preteso di annullare alla radice qualunque distinzione tra la sfera confessionale e la sfera pubblico-istituzionale, situazione che sopravvive anche in quei paesi dove oggi si tenta, e spesso ci si riesce, a trasformare la politica in un mero strumento della religione. Si pensi ai fenomeni del terrorismo islamico di Al Qaida di qualche anno fa o alla istituzione dello Stato islamico dell’ISIS.
È pur vero che i totalitarismi della prima metà del Novecento – nazionalsocialismo, fascismo e comunismo stalinista – scimmiottarono a modo loro le liturgie religiose, (si pensi alle grandi adunate o anche ai segni distintivi, ai saluti e alle parate) per creare un consenso di massa al loro sistema di potere, ma erano pur sempre fondati su ideologie profane e secolari. L’Iran invece ha costruito un ordine costituzionale e un modello sociale che si vuole direttamente ispirato dalla volontà divina, così come interpretata dagli ayatollah e controllato dalle sue milizie.
Il risultato è che chi oggi protesta nelle piazze contro il regime non è considerato un oppositore politico da reprimere e arrestare, ma un “nemico di Dio” da punire con la morte. Il dissenso cioè equivale alla blasfemia ed è considerato una forma di disprezzo per la religione in sé, non una critica a un regime liberamente eletto, e le ondate di proteste si scontrano non solo col regime che tenta di reprimerle, ma anche con un consenso diffuso di una frangia conservatrice della società che ha sempre considerato le contestazioni politiche alla gerarchia religiosa un colpevole atto di rinuncia alla fede dei Padri.
E infatti la rivolta non è nata come un atto di disobbedienza all’ordine costituito, a cui volente o nolente tutti sono costretti, ma come atto di ribellione al disagio economico che il paese sta attraversando anche a causa delle pesanti sanzioni internazionali che sono state effettuate nei suoi confronti.
Abbiamo parlato di religione e teocrazia, ma perché in Iran vi è un regime del genere? Naturalmente ci sono cause storiche che dipendono dal fatto che in quel paese vi è una particolare forma di islamismo che si chiama sciita. I musulmani nel mondo si dividono in sciiti e sunniti, più altre piccole confessioni mistico-religiose. La stragrande parte dei musulmani sono sunniti (circa l’87%), il restante (13%) sono sciiti e si trovano quasi tutti in Iran. I due gruppi sono in perenne conflitto tra di loro (un po’ come nel passato lo erano cattolici e protestanti). La principale differenza risiede nella successione del profeta Maometto, nell’interpretazione teologica e nella struttura gerarchica del clero. I sunniti sostengono i califfi storici e un approccio comunitario, mentre gli sciiti ritengono legittima la discendenza di ‘Ali ibn Abi Talib, cugino e genero del profeta Maometto, e attribuiscono maggiore importanza a figure religiose infallibili, che oggi sono dette ayatollah.
I sunniti devono il loro nome dalla Sunna (consuetudine), un testo religioso – dopo il Corano – che raccoglie le tradizioni e le consuetudini legislative tratte dal modo di comportarsi di Maometto nelle varie circostanze della vita, e considerata un’interpretazione autentica del Corano, che ha valore di norma e di esempio per i credenti. I sunniti credono che il leader possa essere un membro capace della comunità, figure politiche e esperti (ulema) non necessariamente intermediari con la sfera del sacro, e infatti sono presenti in gran parte dei paesi musulmani a struttura democratica, come per esempio in Turchia. Gli sciiti invece hanno una gerarchia strutturata, con capi religiosi che agiscono da intermediari divini e sono concentrati principalmente in Iran, Iraq, Azerbaigian, Bahrein e in alcune zone del Libano e Yemen. Entrambi riconoscono il Corano, ma attribuiscono valore a tradizioni diverse. Nonostante le differenze, entrambe le correnti condividono i pilastri fondamentali dell’Islam e cioè: la professione di fede, la preghiera quotidiana, l’elemosina legale, il digiuno del Ramadan e il pellegrinaggio alla Mecca.
Come spesso accade tra le correnti religiose che traggono origine da un unico fondatore, la differenza la fa il modo di intendere le sacre scritture. Il Corano è un testo complesso e può essere interpretato e manipolato nei modi più diversi. A me piace vederne gli aspetti di un Dio misericordioso e paziente e non quello di despota, come quello in cui si invoca come As-Salam (colui che dona la pace), uno dei 99 nomi con cui i musulmani chiamano Dio. Molti passi del testo sacro fanno riferimento a un Dio di pace e misericordia e una preghiera islamica per la pace, basata sugli insegnamenti coranici e la tradizione profetica, invoca Allah come fonte di serenità e riconciliazione: “O Allah! Tu sei la Pace, e la pace viene da Te; Benedetto sei Tu, o Possessore di Gloria e Onore”. Ti chiedendo di trasformare i cuori, porre fine ai conflitti e unire tutta l’umanità in un abbraccio di pace.