Intervista esclusiva ad Angelo Lustro sul raddoppio della Telesina ed i tempi infiniti della burocrazia
Segretario, partiamo senza giri di parole: perché oggi questa rottura di tono?
«Perché dopo decenni di attese non è più tollerabile che un’opera strategica venga trattata come un argomento da passerella. Il territorio non può essere convocato ogni volta per ascoltare promesse che evaporano. La Telesina è ferma da troppo tempo. E chi ha il dovere di far partire i lavori continua a non assumersi un impegno preciso.»
Trenta anni di annunci. È un fallimento istituzionale? «È un fallimento di metodo. Si continua a parlare di “passaggi in corso”, “verifiche”, “aggiornamenti”, ma nessuno dice quando si aprono i cantieri. Non si può governare un’infrastruttura con comunicati rassicuranti. Servono atti. Servono date. Servono responsabilità. Il resto è rumore.»
Anas e Ministero sostengono che la procedura è complessa. È una giustificazione credibile?
«La complessità non è un alibi. Un’opera strategica non può restare intrappolata in un labirinto amministrativo che nessuno ha il coraggio di semplificare. Se qualcosa non funziona, lo si dice. Se manca un passaggio, lo si spiega. Se ci sono ostacoli, si chiariscono. Ma non si può continuare a rinviare senza spiegare perché.»
La sicurezza è un tema che lei ha richiamato con forza. Perché? «Perché ogni giorno migliaia di persone percorrono quella strada in condizioni che non sono più accettabili. Non si può chiedere a chi lavora di garantire la mobilità delle merci su un’arteria che non risponde agli standard minimi. La sicurezza non è un capitolo da aprire dopo un incidente. È un dovere preventivo. E qui la prevenzione è stata ignorata per anni.»
Perché il raddoppio della Telesina è così decisivo per il territorio? «Perché senza infrastrutture moderne le aree interne restano tagliate fuori. Non si può parlare di sviluppo, di lavoro, di
competitività, se il collegamento principale è inadeguato. La SS 372 è la porta d’accesso alle direttrici nazionali. Tenerla in queste condizioni significa condannare interi territori a un isolamento strutturale.»
Cosa chiedete esattamente, senza formule diplomatiche? «Chiediamo di sapere il giorno in cui si aprono i cantieri. Chiediamo di conoscere lo stato reale delle attività preliminari. Chiediamo un cronoprogramma che non cambi ogni tre mesi. Chiediamo i tempi di consegna. Chiediamo come sarà garantita la mobilità durante i lavori. Non chiediamo altro. Solo ciò che è dovuto.»
Se queste risposte non arriveranno? «Non resteremo in attesa. Sosterremo ogni iniziativa utile a rompere questo immobilismo. E se servirà, metteremo in campo tutte le azioni sindacali necessarie. Dopo trent’anni non c’è più spazio per cerimonie, conferenze o inaugurazioni di cartelli. Servono cantieri veri. E chi ha responsabilità deve assumersela.»
Una chiusura secca? «La Telesina non è un tema da campagna elettorale. È un’opera che il territorio aspetta da troppo tempo. Lo Stato ha il dovere di realizzarla. Basta rinvii. Basta parole. Ora servono fatti.»