Un silenzio per la continuità

C’è un silenzio che non nasce dalla prudenza, né dalla riflessione, né da una qualche strategia raffinata che si svela solo agli spiriti più attenti. È un silenzio che ha la consistenza del vuoto e la tenacia dell’abitudine, un silenzio che si ripete identico a sé stesso da anni e che, con una certa ironia della storia, finisce per produrre esattamente ciò che si dice di voler evitare: la continuità di ciò che c’è, la continuità di ciò che governa, la continuità di ciò che decide mentre altri fingono di prepararsi a decidere. È un silenzio che non protegge, non custodisce, non prepara nulla; è un silenzio che semplicemente lascia fare, lascia scorrere, lascia consolidare, come se la città fosse un fiume che non ha bisogno di argini ma solo di spettatori. Si potrebbe pensare che questo silenzio sia il frutto di una complessa elaborazione politica, di un confronto serrato, di un lavoro sotterraneo che prima o poi emergerà con la forza delle cose ben fatte. Ma basta guardare Maddaloni per capire che non è così. Qui il silenzio non è un metodo, è una resa. Non è una pausa, è una rinuncia. Non è un’attesa, è un alibi. E mentre si attende che qualcuno, da qualche parte, decida di prendere in mano la situazione, la città viene governata da chi non ha bisogno di attendere nulla, da chi non ha il problema di dover costruire un campo progressista, da chi non deve interrogarsi sulla pluralità, sulla partecipazione, sulla responsabilità, perché ha già capito che dall’altra parte non c’è nessuno che pretenda di essere ascoltato. La continuità amministrativa che oggi osserviamo non è il risultato di una destra particolarmente brillante, né di una coalizione particolarmente coesa, né di una visione particolarmente convincente. È semplicemente il prodotto di un campo progressista che ha scelto di non esserci, che ha preferito la comodità del silenzio alla fatica della costruzione, che ha scambiato la cautela con l’immobilismo, che ha trasformato la pluralità in un pretesto per non decidere mai. E così, mentre si aspetta la fine delle ferie, mentre si aspetta la procedura giusta, mentre si aspetta che qualcuno si svegli e dica “adesso”, la città continua a essere governata da chi non ha bisogno di aspettare niente. Il sarcasmo, a questo punto, è inevitabile: si continua a credere che la politica si possa fare davanti a un caffè, che basti un incontro casuale per sciogliere nodi che richiedono metodo e responsabilità, che la rappresentanza possa nascere da una conversazione improvvisata, che la strategia possa essere sostituita da un “vediamo”, che la costruzione di un luogo politico possa essere rimandata a quando tutti saranno più tranquilli, più disponibili, più convinti. E mentre si coltiva questa illusione, la città si ritrova con una destra che governa e un progressismo che osserva, con una narrazione che si consolida e un’alternativa che non si presenta, con una comunità che attende e una politica che non arriva. Il risultato è che la continuità del nulla di oggi diventa la continuità amministrativa di oggi e la continuità politica di domani, perché quando non si costruisce nulla, quando non si organizza nulla, quando non si assume nulla, il futuro non cambia, si replica. E chi pensa di scongiurare tutto questo con un caffè, con una chiacchiera, con un “ci vediamo presto”, non fa altro che garantire che la continuità prosegua indisturbata, che la città resti esattamente dove è, che la politica progressista continui a non essere un soggetto ma un’assenza. Maddalonibenecomune non ha alcuna intenzione di partecipare a questo rito del silenzio. Non ha alcuna intenzione di aspettare che la città si svegli da sola. Non ha alcuna intenzione di confondere la prudenza con la rinuncia. Se qualcuno vuole continuare a tacere, lo faccia pure. Ma almeno abbia la decenza di non chiamare quel silenzio “politica”.
Nucleo promotore Maddalonibenecomune