Tra terra e cielo. Associazione Lattanino Cupolino aps in missione sul Matese: Quando l’universo si può toccare.

Si sono appena concluse le due giornate di attività di didattica astronomica inclusiva organizzate dalla Associazione Lattanino Cupolino aps in collaborazione con l’Unione Italiana Ciechi per realizzare un progetto che mira alla divulgazione della astronomia anche ai non vedenti e ipovedenti. L’Associazione è l’unica in provincia di Caserta e forse in Campania ad occuparsi di divulgazione astronomica anche inclusiva.

Riceviamo dall’Associazione Lattanino Cupolino aps e pubblichiamo.

Immersi nella natura incantevole dell’Agriturismo de Le Falode, grazie all’impegno della Presidente della Associazione Lattanino Cupolino aps, Avv. Giuseppina Cupolino, che anni addietro ha svolto il servizio civile proprio per l’Unione Italiana Ciechi di Caserta, la cui Presidente è oggi l’Avv. Giulia Cannavale, nonché della D.ssa Nicoletta Iannascoli, Vice Presidente della Associazione Lattanino Cupolino aps, è stato possibile coinvolgere un gruppo di ipovedenti e non vedenti che si trovavano lì per un campus estivo. “Ci sono esperienze che nascono con l’intento di insegnare qualcosa e che, alla fine, sono proprio quelle che insegnano di più a noi” afferma Pina Cupolino, Presidente dell’Associazione Lattanino Cupolino. L’8 e il 9 agosto, la Cupolino e Nicoletta Iannascoli, Vicepresidente della stessa associazione, accompagnate dall’amico a quattro zampe Huggy e dai bambini sono state in missione sul Matese, presso l’Agriturismo Le Falode, per trascorrere due giornate dedicate all’astronomia, alla divulgazione scientifica e soprattutto all’inclusione. Insieme all’Associazione Ciechi Caserta si è avuto il privilegio di incontrare un gruppo meraviglioso di persone cieche, ipovedenti e vedenti, diverse per età, esperienze e storie personali, ma accomunate da una straordinaria curiosità verso il cielo e da un entusiasmo che ci ha accompagnato durante tutta l’esperienza. Questa esperienza è partita con una domanda che per noi è diventata sempre più importante: “come si racconta l’Universo a chi non può osservarlo attraverso gli occhi?” La risposta si è trovata, ancora una volta, nell’incontro. Perché l’astronomia non è fatta soltanto di immagini. È fatta soprattutto della capacità umana di immaginare ciò che si trova immensamente lontano da noi. Durante le attività si è provato a trasformare ciò che normalmente viene mostrato in qualcosa che potesse essere toccato, esplorato con le mani, ascoltato e immaginato. “Abbiamo parlato del Sole, della sua struttura e della sua importanza per la vita sulla Terra. Abbiamo esplorato la Luna, le sue caratteristiche e la sua superficie segnata da crateri, mari e rilievi. Abbiamo viaggiato idealmente attraverso il Sistema Solare, incontrando i pianeti e cercando di comprenderne forme, dimensioni e caratteristiche. E poi abbiamo alzato idealmente lo sguardo ancora più lontano, verso le costellazioni, raccontando come gli esseri umani, da migliaia di anni, abbiano unito le stelle attraverso linee immaginarie, trasformando il cielo in una grande mappa di storie, miti e conoscenza. Per rendere tutto questo realmente accessibile abbiamo utilizzato anche modellini didattici e materiali tattili, costruiti e pensati affinché le mani potessero diventare uno strumento di esplorazione scientifica. Le dita hanno seguito forme e superfici. Le mani hanno esplorato pianeti, crateri e strutture. Le domande sono diventate sempre più numerose. E, poco alla volta, ciò che sembrava lontanissimo – la Luna, il Sole, i pianeti, le stelle – è diventato qualcosa di vicino, concreto e condiviso. È stato bellissimo cogliere l’entusiasmo, ascoltare le domande e osservare la curiosità con cui ogni modello veniva esplorato. Ma soprattutto ci siamo divertiti tantissimo. Abbiamo riso, raccontato, spiegato, ascoltato e condiviso momenti di una semplicità straordinaria. E proprio qui abbiamo compreso ancora meglio il significato della parola inclusione. Inclusione non significa semplicemente permettere a qualcuno di partecipare a qualcosa che è stato pensato per altri. Significa progettare fin dall’inizio un’esperienza nella quale ognuno possa avere il proprio modo di conoscere, comprendere e partecipare. Una persona vedente può osservare un modello. Una persona cieca può esplorarlo attraverso il tatto. Una persona ipovedente può avvicinarsi, utilizzare contrasti, forme e riferimenti tattili. Ma la domanda scientifica che nasce è la stessa. La curiosità è la stessa. E soprattutto è lo stesso lo stupore davanti all’immensità dell’Universo. Queste due giornate sono state importanti anche per i bambini. Mentre noi cercavamo di raccontare il cielo, loro hanno ricevuto una lezione di vita che nessun libro avrebbe potuto insegnare nello stesso modo. Hanno incontrato persone che conoscono e interpretano il mondo attraverso modalità differenti dalle loro. Hanno potuto comprendere concretamente che una disabilità sensoriale non cancella la curiosità, l’autonomia, l’ironia, la voglia di stare insieme, di imparare e di divertirsi. Hanno visto persone ridere, scherzare, fare domande, esplorare e partecipare. Hanno capito una cosa semplice ma fondamentale: prima della disabilità viene sempre la persona. Per noi adulti è stata la stessa cosa. Siamo arrivate sul Matese pensando di portare l’astronomia. Siamo tornate portando con noi qualcosa di molto più grande perché la scienza è davvero tale quando riesce ad abbattere le barriere. L’astronomia, forse più di qualsiasi altra disciplina, può ricordarcelo. Quello che abbiamo vissuto l’8 e il 9 agosto sul Matese non è stato quindi soltanto un piccolo laboratorio di astronomia. È stato un incontro tra persone. È stato uno scambio. È stata divulgazione scientifica. È stata inclusione. È stata amicizia. Ed è stata, soprattutto, la conferma di qualcosa in cui Lattanino Cupolino crede profondamente: la conoscenza non deve avere barriere. Il cielo appartiene a tutti. A chi lo osserva con un telescopio. A chi lo esplora attraverso un modello tattile. A chi ascolta il racconto di una stella. A chi segue con le dita la forma di una costellazione. A chi immagina un pianeta senza averlo mai visto. Perché l’Universo non si guarda soltanto. L’Universo si ascolta. Si tocca. Si immagina. Si studia. Si racconta. Si condivide. E forse, proprio quando impariamo a raccontarlo attraverso sensi e linguaggi differenti, scopriamo qualcosa di nuovo anche noi che siamo abituati a guardarlo. Un grazie sincero all’Unione Italiana Ciechi di Caserta, in particolare alla sua Presidente Avv. Giulia Cannavale che ha accolto con entusiasmo il progetto di didattica inclusiva, a tutte le persone cieche, ipovedenti e vedenti che hanno condiviso con noi queste giornate, all’Agriturismo Le Falode per l’accoglienza e a tutti coloro che hanno trasformato questa esperienza in un ricordo che porteremo con noi. Torniamo dal Matese ancora più convinte che comunicare la scienza significhi prima di tutto fare in modo che nessuno resti fuori dalla meraviglia della conoscenza.

Ancora un’altra esperienza di successo con un forte impatto sociale che merita sicuramente di esser replicata.