NAPOLI – La scia di aggressioni a cui il personale sanitario e infermieristico è soggetto ogni giorno, non solo nei pronto soccorso, continua ad aumentare. Le criticità esistenti, e non risolte, vanno dalle lunghe file di attesa, passando per l’inadeguatezza degli spazi negli ospedali, arrivando alla mancanza di posti letto che costringe i malati su letti e barelle di fortuna appoggiati in ogni angolo hanno creato una vera e propria emergenza.
L’ultima aggressione si è verificata sabato sera, 14 marzo 2020, all’Ospedale Cardarelli di Napoli. Infatti, sabato sera nella tenda della Protezione Civile, attrezzate per il pre-triage, erano ricoverati dei pazienti con sospetto COVID19. Improvvisamente arriva un ragazzo con i parenti che accusava malore. Di punto in bianco decide di andarsene perché non voleva aspettare i dottori che erano impegnati per un caso più urgente.
Dopo essersene andato, accompagnato dai genitori che insistevano a farlo rimanere, circa 10 minuti dopo ritorna con gli stessi parenti in piena crisi, lo soccorrono, ma all’improvviso, mentre lo portano dentro, agisce in un modo molto violento contro infermieri e vigilanza. Questo ragazzo sferra un cazzotto al volto del vigilante e gli rompe il setto nasale mentre all’altro vigilante il labbro, mentre le infermiere si ritrovano con i camici strappati. Insomma scene di panico in piena emergenza coronavirus, anche in questi momenti drammatici la violenza di alcuni utenti non si ferma.
Dall’inizio del 2020, è la 21esima aggressione a personale sanitario a Napoli. Si stima che siano oltre tremila i casi di aggressione a medici e infermieri ogni anno, ma solo 1.200 sono quelli denunciati all’Inail. Il sindacato degli infermieri afferma che i più esposti al rischio sono gli addetti al pronto soccorso, con 456 casi nell’ultimo anno. Dati che parlano chiaro: c’è bisogno di ristabilire il patto di alleanza tra medici e pazienti. Non servirà soltanto inasprire le pene, perché sono pochi i medici che denunciano.
Bisognerà lavorare per ridare fiducia ai cittadini e mettere i medici e gli infermieri nelle condizioni di poter svolgere al meglio il loro lavoro, e proteggere così il diritto alla salute previsto dall’articolo 32 della Costituzione. I dati ci dicono che al Sud le aggressioni sono più frequenti. Ciò rappresenta lo specchio delle disuguaglianze di questo Paese.
Le carenze organizzative al Sud sono infatti maggiori. Fare il medico è difficile, perché spesso è complicato fare una diagnosi corretta e altrettanto difficile è anche saper comunicare bene con i pazienti. C’è bisogno di serenità e di fiducia.