Spiccioli di spiritualità, la festa di Sant’Antonio Abate

A cura di Michele Pugliese

Se vi capita oggi di passare per il Comune di Macerata Campania potrete notare una bella tradizione che coinvolge in modo festoso tutti gli abitanti del paese e ne richiama anche da quelli limitrofi. Si tratta della festa di “Sant’Antuono”, la festa di Sant’Antonio Abate, una delle più grandi feste popolari e religiose della Campania, che si tiene dal 10 al 18 gennaio di ogni anno. Il nucleo della festa prevede la sfilata dei carri di Sant’Antuono, dette “Le Battuglie di Pastellessa”, che animano il paese al suon di botti, tini e falci, e sfilate. L’evento, infatti, è caratterizzato da cortei di carri allegorici e l’esecuzione di musiche popolari con strumenti a percussione non convenzionali. Gruppi di “bottari”, veri e propri suonatori di botti, quelle usate per il vino, sfilano su questi carri suonando ritmi tradizionali, accompagnati da canti dialettali e celebrazioni che includenti anche il piatto tipico a base di castagne, la “pastellessa”, in un rito che fonde sacro e profano per scacciare il diavolo. Il suono ipnotico e martellante creato soprattutto dagli strumenti a percussione, secondo antica tradizione, serve a scacciare il male.
I Carri di Sant’Antuono sono legati alla tradizione agricola maceratese. Su di essi si ritrovano sempre le palme, le botti, i tini, le falci, i mazzafuni (il maglio con cui si percuote la botte), le mazzarelle (piccoli piccoli bastoni di legno con le quali suonare i tini), che ripropongono l’antica sonorità maceratese, conosciuta con il nome di “A’ musica e Sant’Antuono”.
La festa si tiene a Macerata Campania perché è qui, intorno al XIII-XIV secolo, che si è creata una originale fusione tra la devozione cristiana per Sant’Antonio Abate e gli antichi riti contadini di questa specifica zona agricola. Infatti, il comune casertano era storicamente un centro basato sull’agricoltura e sull’artigianato. Gli attrezzi utilizzati dai “bottari” (botti, tini e falci) erano gli strumenti di lavoro quotidiani della comunità locale. La tradizione di percuotere questi strumenti nacque per “scacciare il male” e purificare la terra in vista del nuovo raccolto. Con il tempo, questo rito pagano si è legato indissolubilmente alla figura di Sant’Antonio, protettore degli animali e dei contadini, diventando il cuore dell’identità del paese.
Riti simili esistevano anche altrove in Campania ma, a differenza di altre località, a Macerata Campania la tradizione è stata tramandata ininterrottamente di generazione in generazione, rendendo il comune il “Paese della Pastellessa” per antonomasia.
Ma chi era Sant’Antonio Abate, la cui festa si celebra il 17 gennaio?
Sant’Antonio era un monaco eremita vissuto nel deserto egiziano nella prima metà del IV secolo. Finita da poco, a seguito dell’editto di Costantino, l’epoca delle persecuzioni, nelle quali moltitudini di cristiani avevano dato la vita per amore di Cristo e della Chiesa, si diffuse un altro segno di imitazione del Salvatore, che fu quello di ritirarsi in luoghi appartati, in solitudine e in preghiera, in contemplazione del mistero Dio. Sant’Antonio fu uno dei primi di questi, un austero eremita ritiratosi nel deserto forse a contatto con gli animali. Per questo la sua figura è legata alla benedizione degli animali, dei maiali in particolare. In realtà poi questa tradizione è nata in Germania nel Medioevo, quando era uso che ogni villaggio mantenesse un animale destinato all’ospedale, dove svolgevano il loro servizio i monaci di Sant’Antonio.
Storicamente Antonio non fu il primo monaco, anche se i monaci d’Oriente e Occidente riconosceranno in lui il loro padre. Del resto neppure l’Egitto fu la terra della nascita del monachesimo, sebbene il deserto egiziano sia stato il centro di influenza più rilevante di forme di ascetismo già esistenti o in via di formazione, a causa della santità di quei monaci e, soprattutto a causa della diffusione della “Vita di Antonio”, scritto dal Padre della Chiesa Atanasio. In questa biografia di Antonio le generazioni successive di monaci trovarono una regola di vita monastica sotto forma di racconto, ben prima della “codificazione” della regola benedettina ad opera di San Benedetto da Norcia, che avverrà solo nel VI secolo.
Ritornando a Sant’Antonio, sempre dalla biografia che ne fa Atanasio, sappiamo che all’origine della sua vocazione c’è la volontà di seguire la Parola di Dio. Si mette alla scuola di un anziano monaco di cui non conosciamo il nome a da lui impara l’arte della lotta spirituale contro il demonio. Infatti le prime immagini del santo lo raffigurano con dei diavoli che lo prendono a bastonate. Dopo queste lotte si rinchiude in un sepolcro abbandonato, una vera a propria casetta in cui, secondo l’uso egiziano pagano, si era soliti seppellire i morti. Ma anche qui viene assalito da animali feroci che tentano di spaventarlo per farlo fuggire dal deserto. Questi animali rappresentano le tentazioni, ma ormai Antonio ha raggiunto la maturità spirituale ed è in grado di farsi guida di altri che vogliono seguire il suo stile di vita.
Dopo questi episodi trascorre altri vent’anni in solitudine, ma non si tratta di una solitudine sterile, bensì feconda di amore per Dio e di compassione per tutti gli uomini. Infatti – ci ricorda sempre Atanasio – Antonio era amato da tutti e la gente dei villaggi vicini lo amavano e lo frequentavano, chiamandolo amico di Dio e loro fratello.
Dopo anni di preghiera la sua persona era come trasfigurata e molti altri vennero da lui per imitare il suo genere di vita, tanto che “il deserto divenne città”. Antonio cominciò allora a trasmettere ciò che aveva imparato nel suo cammino ma non si preoccupa di indottrinare i discepoli, bensì di renderli capace di ascoltare la voce di Dio. La sua fama nel frattempo si diffonde nel mondo e gli imperatori gli scrivono, vengono a incontrarlo filosofi pagani, ma anche molta povera gente viene a chiedergli un consiglio, una parola buona. Assalito da tante persone Antonio fugge ancora, in un luogo più isolato, ma ormai è anziano e si prepara all’incontro col Signore. Chiama i due discepoli che hanno vissuto con lui gli ultimi quindici anni e lascia loro il suo testamento: “Io, come sta scritto, me ne vado per la via dei padri. Vedo che il Signore mi chiama, respirate sempre Cristo e abbiate fede in lui”. Dopo queste parole i fratelli lo abbracciano e Antonio fu riunito ai suoi padri, lasciandoci un’eredità immensa di amore, pace e testimonianza cristiana nella fede.