L’attacco di Hamas a città e paesi israeliani, avvenuto alle 7.00 di mattina del 7 ottobre 2023 è definito come “il giorno della grande rivoluzione”, ha segnato una cesura nel conflitto in Medio Oriente e ha dato inizio a una guerra sanguinosa, senza eguali. Una guerra che ha tuttavia radici ancor più profonde, che risalgono al XIX secolo, quando sia gli ebrei che i palestinesi rivendicavano lo stesso territorio. In seguito alla Prima Guerra Mondiale, la Palestina divenne un mandato britannico e ciò portò ad un inasprimento dei rapporti tra ebrei e arabi. Nel 1947, la situazione peggiorò, le Nazioni Unite votarono a favore della divisione della Palestina in due stati separati: uno ebraico e uno arabo e fu proprio questa decisione a dar vita a tale conflitto (tra i due gruppi), noto come guerra arabo-israeliana: una guerra che continua, ad oggi, imperterrita.
Tutti i quotidiani e notiziari del mondo mostrano gli orrori, che giorno dopo giorno, si susseguono su quei territori e le migliaia di vittime che sembrano non avere mai fine.
Questa guerra sta negando il diritto allo studio a israeliani e palestinesi. Questo diritto infatti è uno dei diritti fondamentali, riconosciuto per la prima volta nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 1948.
“Che crimine ha commesso questa scuola? Insegnava solo ai nostri figli” queste le parole pronunciate in mezzo alle macerie della scuola Al-Orouba, nel centro della Striscia, da Ahmad Sukkar, un abitante di Gaza e un giovane padre.
Come affermato dalle Nazioni Unite, i danni riportati alla maggior parte delle scuole di Gaza (circa il 76% è stato danneggiato o distrutto) le rendono inutilizzabili e questo potrebbe portare danni ad un’intera generazione di studenti, secondo le stime quasi 625.000, aggravando le limitazioni di un sistema scolastico che era già in difficoltà ancor prima degli attacchi.
In particolare le università hanno subito maggiormente la furia degli attacchi, come l’Università islamica di Gaza, il più antico istituto di istruzione superiore creato nella Striscia nel 1978, i cui quattro edifici sono stati rasi al suolo a causa di un bombardamento. Israele, d’altro canto, ha affermato in risposta, come riporta il New York Times: “di non avere una dottrina che miri a causare il massimo danno alle infrastrutture civili”. Nonostante le loro parole però il danno è sotto gli occhi di tutti e a pagarne le conseguenze sono stati almeno 5.479 studenti, 261 insegnanti e 95 professori universitari morti negli attacchi.
“Vivo qui anche perché ho perso molti dei miei studenti a cui insegnavo e che sono stati uccisi dagli attacchi israeliani”, racconta l’insegnante Umm Osama Tabsh, il quale non riesce ad accettare che la guerra abbia stravolto la sua vita e quella di giovani ragazzi che prima vedeva seduti tra i banchi. La Palestina infatti prima del conflitto era uno dei paesi con il più alto tasso di alfabetizzazione e i laureati palestinesi erano conosciuti per aver ottenuto risultati eccellenti in campi come matematica, ingegneria ed economia. Oggi invece di questi primati non rimane che il ricordo, tutte queste giovani menti brillanti sono state messe tacere da giochi di potere più grandi di loro e si accontentano di lezioni improvvisate impartite dai volontari all’interno delle loro tende. Forse, in questo momento l’istruzione può sembrare l’ultimo dei problemi, ma pensare alle scuole vuol dire pensare ai bambini e alla loro incolumità, vuol dire cercare di salvaguardare queste anime innocenti e cercare di mostrare il lato più disumano di tutta questa storia, magari credere che esista ancora un pò di umanità in queste persone.
