GARLASCO – A quasi diciotto anni dall’omicidio di Chiara Poggi, il caso che ha diviso l’Italia è tornato sotto i riflettori. E non per una svolta definitiva, ma per due inquietanti misteri che rischiano di far deragliare per sempre la ricerca della verità: l’arma del delitto non è mai stata trovata, e il DNA trovato sotto le unghie della vittima è sparito insieme ad altri reperti fondamentali.
Il colpo di scena: la pista Sempio
A riaccendere l’interesse è stato un nuovo indagato: Andrea Sempio, amico del fratello di Chiara, oggi al centro delle attenzioni degli inquirenti per un DNA compatibile al 99% con quello trovato sotto le unghie della ragazza. Un dettaglio che avrebbe potuto cambiare la storia giudiziaria di uno dei casi più controversi d’Italia.
Ma qui arriva il paradosso: i reperti originali contenenti quelle tracce genetiche – così come l’impronta “33” rinvenuta sulla scena del crimine – non sono più disponibili. Probabilmente distrutti, o comunque archiviati in modo tale da non essere più accessibili per nuovi esami.
Un fatto che lascia attoniti: come è possibile che prove potenzialmente decisive siano state perse o eliminate, in un caso ancora oggi oggetto di dibattito pubblico e accertamenti?
La questione dell’arma del delitto
Il secondo punto critico riguarda l’arma usata per uccidere Chiara Poggi, la cui identità non è mai stata accertata. Le sentenze parlano di un oggetto contundente e affilato, forse un martello da muratore, ma nessuna arma è mai stata ritrovata o attribuita con certezza al delitto.
Nei giorni scorsi, durante nuove ispezioni nel canale di Tromello – vicino alla casa di Chiara – è stato rinvenuto un martello sommerso dal fango, che per caratteristiche potrebbe corrispondere allo strumento dell’omicidio. Ma anche qui, nessuna certezza: sono in corso le analisi per verificare tracce biologiche, sangue o compatibilità con le ferite della vittima. Un passaggio tecnico che potrebbe richiedere settimane.
Il rischio di un caso irrisolto
La combinazione di questi due elementi – arma mai identificata e prove genetiche svanite – pone l’intera inchiesta su un crinale estremamente fragile. La Procura di Pavia ha riaperto il fascicolo, indagando Sempio per omicidio in concorso, ma la mancanza dei reperti potrebbe impedire un processo pienamente fondato su prove oggettive.
Si aprono così due scenari:
1. O nuove indagini troveranno elementi inconfutabili per collegare Sempio (o chiunque altro) al delitto;
2. O il caso resterà un buco nero giudiziario, dove le ombre hanno superato per sempre la luce della verità.
Una vicenda che brucia ancora
L’Italia ricorda bene il nome di Alberto Stasi, compagno di Chiara all’epoca dei fatti, condannato in via definitiva a 16 anni per l’omicidio. Oggi, con questi nuovi elementi (o meglio, con la loro sparizione), si alimentano i dubbi sulla correttezza della condanna e sulla possibilità che un altro colpevole sia rimasto nell’ombra.
Intanto, resta una certezza: Chiara Poggi è morta a 26 anni in circostanze ancora oggi oscure. E ogni errore, smarrimento o leggerezza nelle indagini è un insulto alla sua memoria – e a quella verità che tutti continuiamo a cercare.