Mezzo milione di no. 546.463 firme. E sono state quelle giuste per consentire una revisione del quesito referendario che era stato presentato forse con qualche approssimazione. Lo ha valutato la Corte di Cassazione che ha bocciato il quesito del referendum sulla cosiddetta “riforma” della magistratura accogliendo la versione proposta dal comitato di 15 giuristi promotori della raccolta firme popolare.
Va riscritto. Stavano dimenticando di indicare quali articoli della Costituzione sarebbero stati modificati. Così la Cassazione ha solo applicato la Legge 352/1970 – Art. 16. Questa distingue tra leggi costituzionali e leggi di revisione della Costituzione, come appunto è la “Deforma della Magistratura” targata Nordio. La Cassazione ha detto sì all’inclusione dei 7 articoli della Costituzione che saranno modificati con la riforma del governo Meloni, una precisazione che i giuristi avevano richiesto per consentire agli elettori di esprimere un voto consapevole.
Secondo la legge 352 del 1970 sul referendum, infatti, è obbligatorio indicare nel quesito le norme costituzionali coinvolte dalla proposta di modifica. La decisione sembrava aver riaperto la partita sulla data del voto, fissato dal governo per il 22 e 23 marzo. Ma il ministro della Giustizia Carlo Nordio, in un’intervista al Corriere della sera, aveva anticipato che “bisognerà fare un’integrazione al quesito referendario”, che “viene semplicemente integrato e chiarito”, ma “questo non dovrebbe avere conseguenze sulla data del referendum.
Il quesito proposto dai quindici giuristi era in parte differente da quello presentato dai parlamentari su cui era stato emanato il decreto di chiamata alle urne per il 22-23 marzo.
La versione originaria, infatti, recitava: «Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare” approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025?».
La nuova formulazione accolta ieri dalla Cassazione fa diretto riferimento ai sette articoli della Costituzione modificati: «Approvate il testo della legge di revisione degli art. 87, decimo comma, 102, primo comma, 104, 105, 106, terzo comma, 107, primo comma, e 110 della Costituzione approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2025 con il titolo “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”?».
Sul tavolo del Consiglio dei ministri di ieri il nodo se la riformulazione del quesito avesse potuto portare a un nuovo decreto di indizione del referendum, che avrebbe fatto ripartire il conteggio dei cinquanta giorni di campagna referendaria previsti per legge prima delle votazioni. Secondo alcuni, l’obiettivo dei ricorrenti sarebbe stato proprio quello di spostare la data, dando più tempo al comitato del no per spiegare le proprie ragioni.
Nella mattinata di ieri il Consiglio dei ministri ha deciso di confermare la data della consultazione per il 22 e 23 marzo integrando il quesito con gli articoli della Costituzione che subiranno la modifica con la cosiddetta riforma. Nel pomeriggio il presidente Sergio Mattarella ha firmato il decreto del governo.
Quindi si tira dritto con tutta fretta con una forzatura delle regole e soprattutto con una mortificazione del diritto ad un’informazione corretta. Perché nel referendum si condensano non scelte tecniche ma eminentemente politiche.