D’istruzione pubblica: il documentario denuncia della scuola-azienda

Un’inchiesta coraggiosa di Federico Greco e Mirko Melchiorre

D’istruzione pubblica, uscito nelle sale il 2 febbraio 2026, è molto più di un documentario: è un atto di accusa lucido e coraggioso contro lo smantellamento progressivo della scuola statale italiana. Firmato da Federico Greco e Mirko Melchiorre e distribuito da OpenDDB – Distribuzioni Dal Basso, realtà indipendente che da oltre dieci anni sostiene e fa circolare il cinema fuori dai grandi circuiti, il film è al momento visibile solo in alcune città, ma può essere richiesto anche altrove attraverso un apposito form. L’augurio è che arrivi presto anche a Caserta, perché il dibattito che apre riguarda tutti.

Un film-denuncia sul presente (e sul passato) della scuola

Al centro del racconto c’è una tesi netta: la scuola è stata trasformata in un luogo di competizione aziendale, dove il sapere viene progressivamente sostituito da “competenze” funzionali al mercato. Un processo che, secondo il documentario, tradisce apertamente i principi sanciti dalla Costituzione agli articoli 3, 33 e 34 – uguaglianza, libertà di insegnamento, diritto universale all’istruzione – e colpisce soprattutto i meno privilegiati.

La scuola pubblica, libera e accessibile a tutti, appare assediata da scelte politiche che ne hanno ridotto risorse, autonomia reale e funzione emancipante, favorendo al contrario il sistema privato e una visione dell’istruzione piegata all’ideologia neoliberista.

Il filo umano della narrazione

La macchina da presa segue Lorenzo Varaldo, dirigente scolastico dell’istituto Sibilla Aleramo di Torino e coordinatore del Manifesto dei 500, che diventa il filo conduttore di un viaggio dentro le contraddizioni della scuola contemporanea. Le sue battaglie quotidiane si intrecciano con le analisi di studiosi, docenti e intellettuali provenienti da sociologia, economia, filosofia e storia.

Tra loro Fabio Bentivoglio, che afferma senza mezzi termini: “Aziendalizzare la scuola significa cancellarla”. L’autonomia scolastica, così come è stata costruita, viene letta come uno strumento di sudditanza, non di libertà. Clara E. Mattei parla apertamente di “coercizione economica”, soprattutto nell’era del PNRR e della scuola 4.0, mentre Giorgio Matteucci ricostruisce le radici storiche del concetto di “capitale umano”, risalendo fino all’America industriale di fine Ottocento.

Precariato, competizione, perdita di senso

Il quadro che emerge è quello di una scuola trattata come un’azienda: un docente su quattro è precario, gli stipendi sono tra i più bassi d’Europa, gli istituti competono tra loro come in un quasi-mercato educativo fatto di open day, prove Invalsi e “offerta formativa” venduta come un prodotto. In questo schema, lo studente diventa cliente e l’insegnante fornitore di servizi.

Anche la didattica viene svuotata: programmi comuni cancellati, impoverimento del linguaggio, perdita di pratiche fondamentali come la scrittura corsiva, a favore di un’idea di efficienza che sacrifica la dimensione umana, corporea ed emotiva dell’apprendimento.

Alternanza scuola-lavoro e disciplinamento

Il documentario affronta senza sconti anche il tema dell’alternanza scuola-lavoro, letta come ulteriore passo verso la subordinazione della scuola alle logiche del capitale, fino al rischio concreto per la sicurezza degli studenti, come dimostrano i dati sugli incidenti mortali. L’obiettivo finale, sostengono gli esperti coinvolti, non è formare cittadini critici ma individui addestrati, addomesticati, “imprenditori di sé stessi”.

Un’opera necessaria e senza paura

A rendere ancora più incisivo il racconto contribuiscono le animazioni di Costantino Rover, con l’inquietante figura di “Dirt Water”, metafora di un capitale pronto a schiacciare tutto ciò che resta del pubblico, dopo sanità e scuola. È un promemoria potente, che costringe lo spettatore a guardare in faccia le conseguenze di scelte politiche presentate come inevitabili.

D’istruzione pubblica è un film audace, rigoroso, necessario. Un lavoro di inchiesta che non si limita a denunciare, ma invita a comprendere i processi storici che hanno modellato la società in cui viviamo e a immaginare una via d’uscita: una scuola che non si adatti passivamente alla società, ma diventi luogo di resistenza, creatività e libertà.

Per questo merita di essere visto, discusso, portato ovunque. E sì, anche a Caserta, dove un documentario così può fare la differenza.