Disuguaglianze economiche e sociali negli USA, in Italia e non solo

Una nuova politica e culturale: contrastare la deriva nazionalista e xenofoba, difendere le istituzioni democratiche nate dalla Resistenza, rilanciare il ruolo del lavoro, ridurre le disuguaglianze, garantire il diritto alla casa, rafforzare la sanità pubblica, investire nella conoscenza e nella riconversione ecologica, sottraendo centralità alla logica del riarmo permanente.

L’esito delle elezioni americane è destinato a produrre discussioni ben oltre i confini degli Stati Uniti. Sarebbe però un errore fermarsi alla superficie dello scontro tra Democratici e Repubblicani o trasformare il voto nell’ennesimo referendum pro o contro Trump. Da tempo la politica americana è attraversata da contraddizioni che affondano le proprie radici in questioni più profonde: la crescita delle disuguaglianze, la concentrazione della ricchezza, l’indebolimento della classe media, il costo dell’abitazione, la precarietà del lavoro e la progressiva difficoltà di milioni di persone nel mantenere condizioni di vita considerate normali fino a pochi decenni fa.
Non è un caso che negli ultimi anni, accanto alle tradizionali componenti del Partito Democratico, abbiano acquisito maggiore visibilità figure che hanno rimesso al centro il tema della redistribuzione della ricchezza, del potere delle grandi corporation, del diritto alla salute e dell’accesso alla casa. Non perché abbiano conquistato il potere negli Stati Uniti, ma perché sono riuscite a intercettare un disagio reale che attraversa ampi settori della società.
Questo è probabilmente l’aspetto più interessante della vicenda americana. Non la vittoria di uno schieramento, ma il riemergere della questione sociale nel cuore del capitalismo occidentale.
Ed è qui che il ragionamento diventa inevitabilmente europeo.
Negli ultimi anni il continente ha vissuto una serie di crisi che si sono sommate senza mai essere realmente superate: la crisi finanziaria, la pandemia, l’inflazione, la crisi energetica, i conflitti alle porte dell’Europa. In questo contesto molte classi dirigenti hanno continuato a proporre risposte che, pur differenti nei dettagli, si sono mosse all’interno dello stesso quadro economico e culturale. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: cresce la distanza tra istituzioni e cittadini, aumenta l’astensione, si rafforzano movimenti nazionalisti e xenofobi e si normalizzano linguaggi che fino a pochi anni fa sarebbero stati considerati incompatibili con la tradizione democratica europea.
In Italia questo fenomeno assume caratteristiche ancora più evidenti. Da oltre trent’anni il Paese registra una sostanziale stagnazione salariale, vede crescere il lavoro precario, assiste allo spopolamento di vaste aree del Mezzogiorno e fatica a garantire alle nuove generazioni prospettive migliori di quelle dei propri genitori. Nel frattempo il diritto alla casa è diventato una delle principali emergenze sociali delle grandi città, mentre la sanità pubblica subisce una lenta erosione che rischia di trasformare un diritto universale in un servizio sempre più condizionato dalle possibilità economiche individuali.
Di fronte a questo scenario, la questione decisiva non è costruire l’ennesima alleanza elettorale. La questione decisiva è comprendere quale idea di società si vuole proporre.
Se infatti la crescita delle destre viene letta esclusivamente come un problema culturale o comunicativo si finisce per non coglierne le ragioni profonde. La destra radicale avanza perché riesce a intercettare paure e insicurezze che nascono da condizioni materiali concrete. Offre spesso risposte sbagliate, individua bersagli deboli come immigrati, minoranze o soggetti marginali, ma parte da problemi che esistono davvero. Ignorare questo dato significa lasciare irrisolto il nodo centrale.
Per questa ragione la sfida delle forze progressiste non può limitarsi alla difesa dell’esistente. L’attuale assetto europeo mostra segni evidenti di affaticamento sia sul piano sociale sia su quello democratico. Difendere la Costituzione italiana significa certamente respingere ogni tentazione autoritaria, ma significa anche difendere gli spazi del dissenso, il ruolo dei corpi intermedi, il diritto all’organizzazione sociale e sindacale, la libertà di critica e di partecipazione. Non è una questione astratta. In una fase di crescente tensione internazionale, la qualità della democrazia si misura proprio nella capacità di tutelare il pluralismo e il conflitto sociale.
Allo stesso modo dovrebbe aprirsi una riflessione seria sull’attuale traiettoria europea in materia di sicurezza e difesa. La crescente centralità del riarmo viene spesso presentata come un passaggio obbligato e privo di alternative, mentre resta quasi assente una discussione pubblica sulle conseguenze economiche e sociali di questa scelta. Ogni euro destinato all’espansione delle spese militari è una risorsa che non viene investita in scuola, sanità, ricerca, edilizia pubblica, transizione ambientale e politiche industriali civili. Il punto non è negare le complessità dello scenario geopolitico, ma evitare che l’economia di guerra diventi il principale orizzonte di sviluppo delle società europee.
Da qui dovrebbe partire una nuova proposta politica e culturale: contrastare la deriva nazionalista e xenofoba, difendere le istituzioni democratiche nate dalla Resistenza, rilanciare il ruolo del lavoro, ridurre le disuguaglianze, garantire il diritto alla casa, rafforzare la sanità pubblica, investire nella conoscenza e nella riconversione ecologica, sottraendo centralità alla logica del riarmo permanente.
Non si tratta di un elenco di obiettivi separati. Si tratta di una visione complessiva. Perché le difficoltà che attraversano oggi le democrazie occidentali non nascono soltanto da una crisi della politica. Nascono dal fatto che milioni di persone percepiscono di avere meno sicurezza, meno diritti e meno possibilità di incidere sul proprio futuro. Se la sinistra europea e italiana vuole tornare ad essere una forza maggioritaria dovrà ripartire da questa consapevolezza: non esiste difesa della democrazia senza giustizia sociale, e non esiste giustizia sociale se il lavoro, la pace, la redistribuzione della ricchezza e la partecipazione democratica cessano di essere il centro dell’azione pubblica.