Festival delle Corti 2026

EMUS Eco Museo Urbano della Valle di Suessola Villa Chiara, 19 settembre

Ci sono luoghi che esistono da millenni e che, nonostante questo, non si sono mai visti per intero. La Valle di Suessola è uno di questi. Ciascuno di noi ne conosce un frammento: la chiesa del proprio quartiere, il campanile che si scorge dalla finestra, il muro antico che si attraversa ogni giorno senza più guardarlo, la collina che si chiama con un nome che nessuno sa più spiegare. Sono conoscenze reali, radicate, affettive. Ma sono frammenti. E un patrimonio conosciuto per frammenti è un patrimonio che resta, di fatto, invisibile.
Questa sera proviamo a dare un nome a quella che da tempo è una necessità: EMUS, l’Ecomuseo Urbano della Valle di Suessola.
Non parliamo di un edificio da costruire, né di una collezione da chiudere in una teca. L’ecomuseo nasce, nella riflessione museologica del Novecento, da un rovesciamento semplice e radicale: non è il patrimonio che va portato dentro il museo, è il territorio che diventa museo di se stesso. Al posto di una raccolta, un paesaggio. Al posto di un pubblico, una comunità. Al posto della conservazione, la cura. Un ecomuseo non custodisce oggetti sottratti alla vita: custodisce il legame vivo tra un luogo e le persone che lo abitano.
La Valle ha tutto ciò che serve perché questo accada. Ha la stratificazione — la necropoli dell’antica, gli scavi di Piazzavecchia, le carte archeologiche che restituiscono una geografia insospettata sotto i nostri piedi. Ha le architetture della fede e della comunità. Ha le corti, che sono state per secoli la forma stessa dell’abitare insieme in questa terra. Ha un patrimonio ambientale che è parte del patrimonio culturale, perché il paesaggio non è lo sfondo della storia: ne è il primo documento. E ha, soprattutto, una memoria orale, artigiana, festiva, che nessun catalogo ha mai registrato e che rischia di spegnersi con chi la porta.
Quello che manca non è la materia. Manca il filo.
Manca cioè un dispositivo di conoscenza unitario, capace di tenere insieme ciò che i confini amministrativi hanno separato e che l’abitudine ha reso muto. San Felice a Cancello, Santa Maria a Vico, Arienzo, Cervino non sono quattro storie parallele: sono quattro voci della stessa storia. Riconoscerlo non è un atto retorico, è un atto metodologico. Significa passare dall’elenco alla relazione, dal singolo monumento al sistema, dal reperto al processo di conoscenza. È la ragione per cui questa sera non ascolteremo una presentazione, ma un percorso: dalle carte archeologiche allo scavo, dallo scavo al monumento, dal monumento all’ipotesi di una forma che li tenga tutti insieme.
Abbiamo aperto il festival dicendo che crediamo negli esseri umani. Un ecomuseo è esattamente questo detto in altra lingua. Perché ogni cosa di cui parleremo stasera — un muro, un affresco, un tracciato, un nome di contrada — è opera di mani umane, di intelligenze umane, di speranze umane. Qualcuno, molto prima di noi, ha ritenuto che valesse la pena costruire qualcosa di bello in questa valle, e l’ha fatto. Prendersene cura oggi non è nostalgia: è la forma più concreta di rispetto verso chi ci ha preceduto e la forma più onesta di fiducia verso chi verrà.
E c’è un’ultima cosa, che è insieme una convinzione e una richiesta. Un ecomuseo non lo fa un’amministrazione, né un’associazione, né un gruppo di studiosi. Lo fanno gli abitanti, o non si fa. Ha bisogno delle istituzioni — della Soprintendenza, dei Comuni, delle scuole, dell’università — e questa sera le abbiamo qui, e di questo siamo grati. Ma ha bisogno, prima ancora, di persone che accettino di guardare di nuovo ciò che credevano di conoscere.
A dare voce e sostanza a questo percorso sarà Enzo Gagliardi sostenitore del progetto elaborato con i soci dell’associazione Fattipervolare; Paola Carfora, che ci introduce ai processi di conoscenza e alle carte archeologiche della Valle; Luisa Bocciero, autrice dello scavo di Piazzavecchia nel 1996; Imma Salvatore, conoscitrice della statua di Santa Maria a Parete trafugata nella chiesa di S.Felice Martine nel 1985; e Mariano Nuzzo, Soprintendente di Caserta e Benevento. A questi si aggiungono gli interventi dei deputati regionali, Francesca Amirante e Pietro Smarrazzo, rispettivamente della Commissione Cultura e Bilancio . Il filo conduttore della serata è tenuto dalla voce e dalla scrittura di Fabrizio Giacomazzi, che firma e porta in scena testi rappresentativi della cultura, mentre il violino di Davide Paudice accompagna e scandisce i momenti della serata.