Instasophia/ Platone, i miti e la P4C. Dalla grotta di Polifemo alla caverna di Platone

In copertina ceramica greca con Ulisse e Polifemo.

Da Omero a Heidegger, da Blumenberg alle interpretazioni contemporanee, il mito della caverna continua a interrogare il rapporto tra apparenza e verità, conoscenza e politica. Giuseppe Girgenti inaugura il corso di formazione promosso dal CRIF, seguito da una sessione di Philosophy for Community a cura di Antonio Cosentino. Iscrizioni aperte fino al 7 novembre.

Prima di diventare una delle immagini più celebri della filosofia occidentale, la caverna appartiene a un immaginario mitico nel quale si intrecciano prigionia e liberazione, oscurità e conoscenza. Il pensiero corre alla grotta di Polifemo, nell’Odissea, dove Ulisse e i suoi compagni si ritrovano intrappolati in uno spazio dal quale sembra impossibile uscire. L’eroe riesce a salvarsi grazie alla propria mêtis, l’intelligenza astuta che gli permette di escogitare uno stratagemma e rovesciare una situazione apparentemente senza via d’uscita. Il confronto con Platone è suggestivo, anche se non possiamo affermare con certezza che il filosofo avesse direttamente in mente l’episodio omerico quando compose il mito della caverna. Le differenze sono altrettanto significative delle analogie. Ulisse deve sottrarsi a una prigionia fisica, mentre il prigioniero della Repubblica deve liberarsi da una condizione nella quale le ombre vengono scambiate per la realtà. Nel racconto omerico è l’astuzia a consentire la fuga, in quello platonico la liberazione richiede una trasformazione del modo di conoscere.

Nel libro VII della Repubblica, Platone affida a questa immagine una riflessione che riguarda la conoscenza, l’educazione dell’anima e il rapporto tra filosofia e politica. Il prigioniero che riesce a uscire dalla caverna non può limitarsi a contemplare ciò che ha scoperto. Deve tornare tra i suoi compagni, anche a costo di non essere creduto. La sua vicenda solleva così una domanda che attraversa l’intera storia della filosofia. Che cosa accade quando ciò che abbiamo imparato a riconoscere come vero entra in conflitto con le convinzioni sulle quali abbiamo costruito la nostra esistenza?

Il mito sarà al centro della prima lezione del corso di formazione a distanza «Platone, i miti e la P4C. Miti antichi, domande sempre nuove», promosso dal CRIF, il Centro di Ricerca sull’Insegnamento Filosofico.

Abbiamo incontrato il professor Girgenti per ragionare sulle diverse interpretazioni di un racconto che, a distanza di oltre duemila anni, continua a mettere in discussione il nostro modo di guardare il mondo.

Professor Girgenti, vorrei partire dal rapporto tra mito e filosofia. La grotta di Polifemo e la caverna platonica condividono l’immagine di uno spazio chiuso dal quale è necessario liberarsi. Possiamo riconoscere in questa analogia una continuità dell’immaginario greco, senza necessariamente ipotizzare una derivazione diretta da Omero?

Il confronto è interessante, purché si distingua una somiglianza narrativa da una dipendenza testuale che andrebbe dimostrata. Nell’episodio omerico, Ulisse riesce a liberarsi grazie alla propria mêtis, alla capacità di escogitare uno stratagemma e sfruttare le debolezze dell’avversario. Nella Repubblica, invece, la caverna rappresenta una condizione che non è soltanto fisica, ma soprattutto conoscitiva. I prigionieri non sono semplicemente impediti nei loro movimenti, ma non riescono a riconoscere la natura di ciò che vedono. La liberazione platonica non coincide quindi con una fuga materiale, richiede  un cambiamento del rapporto con la realtà, un percorso nel quale il soggetto deve imparare a vedere diversamente. Il confronto con Omero permette di cogliere come Platone rielabori un patrimonio mitico e poetico condiviso, attribuendo al racconto una funzione filosofica.

Ulisse deve trovare una via di fuga, mentre il prigioniero platonico deve anzitutto imparare a vedere. Quanto cambia, in questo passaggio, il significato della liberazione?

Cambia molto. Ulisse deve risolvere una situazione concreta e salvare se stesso e i compagni. Il prigioniero della Repubblica, invece, scopre progressivamente che ciò che considerava l’intera realtà è soltanto una parte di ciò che esiste. La difficoltà non consiste semplicemente nel trovare un’uscita, ma nell’abbandonare un modo di pensare al quale si è abituato. Naturalmente, non bisogna contrapporre rigidamente l’intelligenza pratica dell’eroe omerico alla conoscenza filosofica. Anche la poesia di Omero attribuisce grande valore alla capacità di comprendere le situazioni, mentre Platone continua a servirsi della forza narrativa del mito. Ciò che cambia è la funzione del racconto. Nella Repubblica, la caverna permette di rappresentare un processo di formazione che coinvolge l’intera esistenza del soggetto.

Nel libro VI della Repubblica, Socrate introduce la linea divisa per distinguere differenti gradi della conoscenza. Quale rapporto dobbiamo stabilire con l’immagine della spelonca del libro VII? Si tratta di una semplice traduzione narrativa della distinzione tra doxa ed episteme oppure il racconto aggiunge qualcosa che la linea divisa, da sola, non permette di esprimere?

I due passaggi sono strettamente collegati, ma non credo sia sufficiente considerare la caverna una semplice illustrazione della linea divisa. Entrambi affrontano il rapporto tra ciò che appare e ciò che è intelligibile, ma il racconto introduce una dimensione dinamica. Il prigioniero non si limita a comprendere una distinzione teorica. Attraversa un’esperienza che modifica il suo rapporto con ciò che prima considerava reale. La narrazione rende visibile la difficoltà della conversione filosofica, il carattere progressivo dell’apprendimento e la necessità di un’educazione. Il problema non è soltanto stabilire quali siano i diversi gradi della conoscenza, ma comprendere come un essere umano possa passare dall’uno all’altro.

A 517b-c Socrate presenta esplicitamente il racconto come un’immagine della nostra natura rispetto all’educazione e alla mancanza di educazione. Che cosa ci dice questa indicazione sulla funzione della paideia?

Ci dice che il mito non riguarda soltanto la conoscenza, ma anche la formazione dell’essere umano. L’educazione non consiste nell’introdurre dall’esterno una capacità che l’anima non possiede, bensì nel volgere questa capacità nella direzione appropriata. Il prigioniero deve imparare a riconoscere l’insufficienza delle proprie convinzioni e ad abbandonare ciò che fino a quel momento gli era apparso evidente. Non è un processo immediato. La luce inizialmente lo abbaglia e il passaggio verso una condizione diversa comporta fatica e disorientamento. Platone ci ricorda così che la formazione non coincide con la semplice acquisizione di informazioni. Educare significa anche modificare il proprio orientamento, imparare a interrogare ciò che si considera ovvio e riconoscere i limiti delle proprie conoscenze.

A 518c-d compare il tema della periagoghé, la conversione dell’intera anima. In che modo questo concetto permette di distinguere la formazione filosofica dalla semplice trasmissione di contenuti?

La periagoghé è il volgimento dell’anima verso ciò che deve essere conosciuto. Platone insiste sul fatto che l’educazione non consiste nel mettere la vista in occhi ciechi, ma nel dirigere correttamente una facoltà che già appartiene all’essere umano. La questione non riguarda soltanto quanto si conosce, ma il modo in cui ci si orienta verso la conoscenza. Il prigioniero deve cambiare il proprio rapporto con ciò che vede e riconoscere che la familiarità con le ombre non garantisce la comprensione della realtà. È una riflessione che conserva tutta la sua importanza anche per la scuola. L’insegnamento filosofico non dovrebbe limitarsi a trasmettere risposte, ma aiutare gli studenti a formulare problemi, esaminare argomenti e mettere alla prova le proprie convinzioni.

La distinzione tra il mondo interno alla caverna e la realtà esterna conduce alla questione del rapporto tra sensibile e intelligibile. Come possiamo comprendere questa distinzione senza ridurre il platonismo a un semplice dualismo?

Il percorso del prigioniero non rappresenta soltanto un miglioramento della percezione sensibile, ma introduce il problema del fondamento della conoscenza. Nel quadro della Repubblica, l’uscita dalla caverna e la contemplazione del sole sono collegate alla riflessione sull’Idea del Bene, sviluppata nel libro VI. Il sole non rappresenta semplicemente un altro oggetto da conoscere. È l’immagine attraverso la quale Platone permette di pensare il Bene come principio di intelligibilità e conoscibilità. Il prigioniero è condotto oltre l’immediatezza di ciò che appare, verso una comprensione dei principi che rendono possibile conoscere. Bisogna tuttavia evitare di trasformare il racconto in uno schema troppo rigido, nel quale ogni elemento corrisponda meccanicamente a un singolo concetto. La forza del mito consiste anche nella capacità di rappresentare la difficoltà di accedere a una dimensione della realtà che non coincide con l’esperienza immediata.

John Niemeyer Findlay ha insistito sulla dimensione metafisica del platonismo. In che modo questa prospettiva può aiutarci a comprendere la liberazione del prigioniero?

La liberazione dalla caverna comporta una trasformazione del rapporto con l’essere. Il mondo sensibile non viene semplicemente cancellato, ma compreso a partire da un orizzonte più ampio, nel quale diventa possibile interrogare ciò che rende le cose intelligibili. Per approfondire la prospettiva di Findlay è importante, naturalmente, riferirsi ai suoi testi e agli argomenti specifici che sviluppa. La storia delle interpretazioni di Platone diventa davvero feconda quando si mantiene un rapporto rigoroso con le opere e le tesi degli studiosi.

Hans Blumenberg ha mostrato come alcune metafore fondamentali attraversino la storia, trasformandosi senza perdere la capacità di organizzare la nostra esperienza. Possiamo leggere anche la caverna in questa prospettiva, distinguendo il suo significato nella Repubblica dalle interpretazioni che ne sono state date nei secoli successivi?

La riflessione di Blumenberg permette di interrogare la capacità delle immagini mitiche di sopravvivere alla loro prima collocazione storica. Un mito non è soltanto un involucro narrativo da abbandonare quando se ne è individuato il significato concettuale. È una forma attraverso cui gli esseri umani cercano di rendere pensabile la propria esperienza. La caverna si presta particolarmente a questo tipo di riflessione perché mette in discussione il rapporto tra realtà e rappresentazione. Nel corso della storia, la sua immagine è stata ripresa in contesti differenti, diventando una metafora della cultura, dell’educazione e delle condizioni attraverso cui interpretiamo il mondo. È importante, però, non confondere queste successive rielaborazioni con il significato che il racconto assume nel contesto platonico. La storia di un mito e la sua interpretazione originaria sono piani distinti, che possono illuminarsi reciprocamente senza essere sovrapposti.

Nel saggio La dottrina platonica della verità, Heidegger interpreta il mito della caverna come un momento decisivo nella trasformazione storica del concetto di verità. Fino a che punto questa lettura ci aiuta a comprendere Platone e fino a che punto, invece, riflette la particolare prospettiva filosofica di Heidegger?

Heidegger non si limita a leggere la caverna come una rappresentazione del passaggio dall’ignoranza alla conoscenza. Inserisce il racconto in una riflessione più ampia sulla trasformazione del concetto di verità e sul rapporto tra l’uomo e ciò che si manifesta. Il termine greco alétheia richiama il disvelamento, il venire alla luce di ciò che era nascosto. Heidegger sottolinea come, nel percorso platonico, assuma progressivamente rilievo anche la correttezza dello sguardo e l’orientamento verso ciò che viene riconosciuto come vero. La sua interpretazione apre una questione importante. Possiamo domandarci se la lettura heideggeriana restituisca pienamente la funzione del mito nel dialogo oppure se lo interpreti soprattutto come una tappa nella storia della metafisica occidentale. È un confronto che permette di distinguere il significato del testo platonico dalla ricostruzione filosofica che Heidegger ne propone.

Nel suo Nonostante Platone, Adriana Cavarero rilegge la filosofia antica a partire dalle figure femminili che la tradizione ha spesso marginalizzato o consegnato al silenzio. Possiamo utilizzare questa prospettiva femminista anche per interrogare il mito della caverna? Chi è autorizzato a uscire dall’oscurità e a parlare in nome della verità? E che cosa cambia se ci chiediamo quale posto occupino le donne nella costruzione del sapere filosofico?

Il libro di Cavarero offre una prospettiva critica particolarmente feconda, perché invita a rileggere i testi della tradizione senza considerarli un patrimonio neutrale e indifferente alle differenze di genere. Le figure femminili che attraversano la filosofia antica permettono di mettere in discussione il modo in cui il pensiero occidentale ha costruito la propria autorappresentazione, spesso relegando le donne ai margini del discorso filosofico o facendole comparire soltanto attraverso lo sguardo maschile. Applicare questa prospettiva al mito della caverna significa anzitutto porre una domanda sulla figura del soggetto che intraprende il cammino verso la conoscenza. Chi è il protagonista di questo percorso? Chi viene riconosciuto come capace di liberarsi dalle apparenze, accedere alla verità e assumersi la responsabilità di comunicarla agli altri? Il racconto platonico non affronta esplicitamente la questione nei termini della differenza sessuale, ma proprio per questo una rilettura contemporanea può interrogare i presupposti culturali attraverso cui abbiamo interpretato la figura del filosofo e il suo rapporto con il sapere. Occorre tuttavia evitare di trasformare questa domanda in una contrapposizione troppo semplice tra Platone e il pensiero femminista. Nella Repubblica, soprattutto nel libro V, Platone sostiene che le donne dotate delle medesime capacità richieste agli uomini possano ricevere la stessa educazione e partecipare al governo della città. È una posizione significativa nel contesto antico, anche se non elimina tutte le tensioni che emergono quando la leggiamo alla luce delle questioni contemporanee. La forza della prospettiva di Cavarero consiste proprio nel costringerci a non dare per scontato ciò che la tradizione presenta come universale. La domanda non è soltanto se le donne siano ammesse nel percorso filosofico, ma se il soggetto che la filosofia ha assunto come misura dell’umano sia davvero capace di comprendere la pluralità delle esperienze e delle voci. La caverna diventa così, per noi lettori contemporanei, un’occasione per riflettere non soltanto sulle condizioni della conoscenza, ma anche su chi abbia avuto storicamente la possibilità di prendere la parola e di essere riconosciuto come soggetto di pensiero.

Il ritorno del prigioniero viene spesso interpretato come il compimento etico della formazione filosofica. Nella Repubblica, però, non è anche un passaggio essenziale per comprendere il rapporto tra conoscenza del Bene e obbligo politico del filosofo? Come si concilia questa responsabilità con la difficoltà di comunicare una verità che gli altri non sono ancora in grado di riconoscere?

Il ritorno è uno dei momenti più importanti del racconto, perché mostra che la formazione filosofica non si esaurisce nella contemplazione individuale. Nella Repubblica, la conoscenza del Bene è strettamente legata alla giustizia politica e alla formazione di coloro che dovranno governare la città. Il filosofo non può limitarsi a custodire per sé ciò che ha conosciuto. Deve assumersi una responsabilità nei confronti della comunità, anche quando questo comporta incomprensioni e difficoltà. La conoscenza non diventa automaticamente persuasiva soltanto perché è stata raggiunta. Il racconto mette così in relazione due esigenze. Da una parte, la filosofia richiede un percorso di formazione che non può essere sostituito da un’imposizione esterna. Dall’altra, la città giusta ha bisogno di coloro che hanno compreso il Bene. Il ritorno nella caverna mostra quanto sia difficile tenere insieme la conoscenza e il suo compito politico.

Il destino del prigioniero può essere accostato a quello di Socrate, condannato dalla città ateniese? E quali cautele occorre adottare per non identificare troppo rapidamente il personaggio del mito con la figura storica del filosofo?

Il riferimento a Socrate è suggestivo, soprattutto se consideriamo il conflitto tra la ricerca filosofica e le convinzioni della comunità. Il prigioniero che ritorna nella caverna non viene riconosciuto come portatore di una conoscenza superiore. Al contrario, la sua difficoltà a orientarsi nuovamente nell’oscurità diventa motivo di derisione. Il confronto con la condanna di Socrate permette di cogliere la dimensione tragica del rapporto tra filosofia e città. Non bisogna però identificare semplicemente il prigioniero con Socrate. Il mito non è una trasposizione biografica, ma una rappresentazione più ampia delle difficoltà che accompagnano il rapporto tra conoscenza e comunità politica.

La lezione successiva sarà affidata ad Antonio Cosentino, con una sessione di Philosophy for Community costruita proprio sull’immagine della caverna. Come si può lavorare filosoficamente su un racconto così complesso senza trasformarlo in un semplice pretesto per una discussione generica?

È importante partire dal testo e dalle domande che esso suscita, senza pretendere che ogni partecipante possieda già una conoscenza specialistica di Platone. Le ombre, il rapporto tra apparenza e realtà, la difficoltà di cambiare idea e il ritorno tra gli altri sono questioni che possono coinvolgere persone di età e formazione differenti. La Philosophy for Community  permette di costruire una comunità di ricerca nella quale le ipotesi vengono confrontate, gli argomenti esaminati e le convinzioni sottoposte a verifica. Il mito diventa così il punto di partenza di un’indagine condivisa. La lettura storico-filosofica e la pratica dialogica svolgono funzioni differenti. La prima permette di comprendere il contesto e la struttura concettuale del testo, mentre la seconda offre l’occasione di sperimentare la capacità delle domande filosofiche di alimentare una ricerca collettiva. Non sono attività in concorrenza, ma percorsi che possono arricchirsi reciprocamente.

Che cosa può offrire oggi il mito della caverna agli insegnanti che vogliono sviluppare negli studenti autonomia di giudizio e capacità argomentativa?

Può aiutarli a mettere in discussione ciò che appare ovvio. Le convinzioni più difficili da interrogare sono spesso quelle che abbiamo ereditato dall’ambiente nel quale viviamo e che finiamo per considerare naturali. La filosofia ci offre strumenti per esaminare queste convinzioni, verificarne i presupposti e confrontarle con altre prospettive. Ma il mito insegna anche che la conoscenza comporta una responsabilità nei confronti degli altri. Il filosofo esce dalla caverna, ma deve ritornarvi. Non può limitarsi alla propria esperienza, perché la formazione filosofica acquista un significato più ampio quando entra in relazione con la comunità.

Il corso «Platone, i miti e la P4C. Miti antichi, domande sempre nuove» prevede dodici incontri online della durata di un’ora e trenta minuti ciascuno, dedicati allo studio dei miti platonici, alla riflessione filosofica e alle pratiche della Philosophy for Community .

Accanto a Giuseppe Girgenti e Antonio Cosentino, interverranno Pasquale Vitale, dottorando di ricerca in filosofia presso UniSR, Annamaria Pacilio, Fabio Mulas e Alessandro Volpone. Il percorso mette in relazione la ricerca storico-filosofica con il dialogo educativo, offrendo agli insegnanti strumenti per promuovere la meraviglia, il confronto argomentativo e il pensiero critico.

Il corso è presente sulla piattaforma SOFIA con il codice 106613. La quota di partecipazione è di 50 euro, pagabile attraverso la Carta del docente. Le iscrizioni sono aperte fino al 7 novembre. Per partecipare è possibile cercare il titolo del corso sulla piattaforma SOFIA e completare la procedura tramite SPID. Per info e iscrizioni clicca sul link

https://www.filosofare.org/crif-p4c/corso-platone-miti-la-philosophy-for-community/

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