Angelo Lustro: «Le lotte non bastano se restano isolate. Il tema è come costruire una convergenza sociale capace di incidere sul futuro del Paese»
In una fase segnata da salari bassi, precarietà, difficoltà abitative, indebolimento del welfare e crescente sfiducia verso la politica, il ruolo del sindacato torna al centro del dibattito. Non soltanto come soggetto di tutela del lavoro, ma come possibile punto di incontro tra vertenze e bisogni sociali che oggi appaiono spesso frammentati.
Ne parliamo con Angelo Lustro, dirigente della CGIL, partendo da una constatazione: negli ultimi anni il sindacato è stato tra i pochi soggetti organizzati a mantenere una presenza costante sui temi del lavoro, della sanità pubblica, della previdenza, dell’istruzione e della pace.
Lustro, c’è chi sostiene che la CGIL stia sostenendo un enorme sforzo di opposizione sociale senza riuscire però a trasformarlo in una crescita della rappresentanza. È una lettura che condivide?
«È vero che la CGIL ha investito molte energie nelle mobilitazioni e nelle vertenze di questi anni. Lo abbiamo fatto perché ritenevamo necessario contrastare politiche che consideriamo sbagliate per il mondo del lavoro e per le fasce sociali più deboli. È altrettanto vero che questo impegno non sempre si è tradotto in un aumento degli iscritti o in un rafforzamento immediato della rappresentanza. Ma non credo che questo possa portare a un arretramento delle nostre convinzioni o delle nostre lotte. Il consenso non può essere l’unico metro con cui valutare l’utilità di una battaglia.»
Molti osservano però che il disagio sociale cresce mentre la sua rappresentazione resta dispersa. Esiste un problema di frammentazione?
«Credo sia sotto gli occhi di tutti. Oggi esistono molte vertenze e molte realtà attive: lavoratori, precari, studenti, pensionati, movimenti per il diritto all’abitare, associazioni e reti civiche. Ognuno si misura con problemi reali, ma spesso manca un terreno comune capace di mettere in relazione queste esperienze. Il rischio è che ciascuno resti chiuso nella propria dimensione, senza riuscire a incidere sui processi generali.»
Che ruolo può avere la CGIL in questo scenario?
«La CGIL è e deve restare un sindacato. Non deve trasformarsi in un partito e non deve sostituirsi alla politica. Però la sua storia insegna che non è mai stata soltanto un’organizzazione contrattuale. È stata anche un luogo di elaborazione, di partecipazione democratica e di costruzione di coscienza collettiva. Oggi può contribuire a favorire il dialogo tra soggetti diversi, senza egemonie e senza pretese di primazia, ma con l’obiettivo di costruire una lettura comune delle grandi questioni sociali.»
Quali sono oggi queste questioni?
«I salari che non crescono, la precarietà, la difficoltà di accesso alla casa, il progressivo indebolimento del welfare, le disuguaglianze territoriali, il tema della pace e delle risorse pubbliche. Sono problemi che riguardano milioni di persone e che spesso vengono affrontati separatamente. La sfida è comprendere che fanno parte di uno stesso quadro sociale ed economico.»
Negli ultimi mesi è tornato al centro del dibattito il tema delle spese militari e delle risorse destinate alla difesa. È un ragionamento che riguarda anche il sindacato?
«Credo che il tema centrale non sia soltanto quanto si spende, ma quale modello di sviluppo si decide di perseguire. Quando il Paese destina decine di miliardi alla spesa militare e prevede ulteriori incrementi negli anni successivi, è legittimo interrogarsi su quali investimenti alternativi potrebbero essere realizzati per migliorare concretamente la vita delle persone. Penso alle politiche per la casa, alla sanità pubblica, alla scuola, alla mobilità, alla messa in sicurezza del territorio e alla creazione di lavoro stabile e qualificato.
Per fare un esempio concreto, per rafforzare significativamente il trasporto pubblico locale servirebbe poco più di un miliardo di euro all’anno. Un investimento che consentirebbe di migliorare gli spostamenti di milioni di cittadini, ridurre il traffico e l’inquinamento nelle città, diminuire il ricorso all’auto privata e creare nuova occupazione. Lo stesso ragionamento potrebbe essere fatto per l’edilizia residenziale pubblica, per la rigenerazione urbana o per il rafforzamento della sanità territoriale.
Non si tratta di contrapporre in modo ideologico una voce di spesa a un’altra. Si tratta di discutere democraticamente quali siano oggi le priorità del Paese e se le risorse pubbliche siano orientate a ridurre le disuguaglianze e ad ampliare i diritti sociali o se, invece, si stiano muovendo in una direzione diversa. È una riflessione che il sindacato non può eludere perché riguarda direttamente il lavoro, l’equità sociale e il futuro delle prossime generazioni.»
Quindi il punto non è l’unità delle sigle ma l’unità dei contenuti?
«Esattamente. Le organizzazioni, le identità e perfino le differenze continueranno ad esistere, ed è normale che sia così. Il problema nasce quando la difesa del proprio spazio diventa più importante dell’obiettivo comune. Quando manca una prospettiva condivisa prevalgono inevitabilmente autoreferenzialità e frammentazione. Quando invece emerge un progetto credibile, radicato nei bisogni delle persone, le divisioni tendono a pesare meno.»
Da dove può nascere una alternativa sociale credibile?
«Non dalle sole alchimie tra gruppi dirigenti o dalle alleanze costruite nei palazzi. Può nascere soltanto dall’incontro tra i bisogni reali delle persone e una proposta che sappia dare risposta a quei bisogni. Lavoro, reddito, casa, salute, istruzione e diritti restano il terreno sul quale costruire qualsiasi prospettiva di cambiamento.
Oggi il vero nodo è trasformare tante sofferenze sociali in una visione comune. Se il lavoro povero, la crisi abitativa, la sanità in difficoltà, le disuguaglianze e il tema della pace restano questioni separate, ciascuna battaglia rischia di consumarsi da sola. Se invece si riesce a costruire un terreno condiviso, allora anche le differenze tra soggetti, associazioni e organizzazioni diventano una ricchezza e non un ostacolo. È in questa direzione che occorre lavorare.»
La riflessione di Angelo Lustro richiama una questione che attraversa l’intero campo progressista: la difficoltà di trasformare il crescente disagio sociale in una proposta collettiva capace di incidere sulle scelte economiche e politiche del Paese. Una sfida che va oltre il sindacato, ma che difficilmente può essere affrontata senza il contributo del più grande soggetto organizzato del mondo del lavoro.