La violenza giovanile come responsabilità istituzionale, non come devianza individuale

L’editoriale

L’episodio in cui uno studente ha accoltellato una docente non può essere trattato come un fatto di cronaca né come l’ennesima “deviazione” adolescenziale. È un evento che mette a nudo una responsabilità collettiva: quella di istituzioni che da anni hanno smesso di presidiare il terreno educativo, lasciando adolescenti e adulti soli, senza strumenti, senza reti, senza linguaggi.

La distanza tra giovani e mondo adulto non è un problema psicologico, è un prodotto politico. È il risultato di scelte che hanno progressivamente indebolito la scuola, svuotato i servizi territoriali, frammentato le comunità, precarizzato la vita degli adulti e isolato gli adolescenti in un ecosistema relazionale che non offre contenimento né orientamento. Quando un ragazzo arriva a un gesto estremo, non è solo il fallimento di un percorso individuale: è il fallimento di un sistema che non ha saputo costruire le condizioni minime per trasformare il disagio in parola, il conflitto in relazione, la sofferenza in domanda.

Le istituzioni hanno delegato alla scuola compiti che non può sostenere da sola. Le hanno chiesto di essere presidio educativo, argine al disagio, luogo di cura, spazio di socialità, senza fornirle personale, formazione, tempo, risorse. Hanno trasformato gli insegnanti in funzionari amministrativi, caricati di responsabilità senza strumenti. Hanno lasciato che la prevenzione diventasse episodica, che i servizi psicologici fossero residuali, che le famiglie affrontassero da sole problemi che richiederebbero una rete pubblica solida.

L’evento non è un’anomalia: è la conseguenza di un disinvestimento strutturale. È la prova che la retorica dell’“emergenza educativa” serve solo a coprire l’assenza di una politica educativa. È il segnale che la società non può più permettersi di trattare il disagio giovanile come un fatto privato, né la scuola come un ammortizzatore sociale gratuito. La responsabilità istituzionale non consiste nel punire più duramente, ma nel ricostruire le condizioni che impediscono ai conflitti di diventare violenza.

Una politica seria deve assumere che la fragilità educativa è una questione pubblica. Deve riconoscere che la solitudine degli adolescenti è figlia della solitudine degli adulti. Deve investire in servizi territoriali, in psicologia scolastica stabile, in formazione degli insegnanti, in spazi di socialità, in reti comunitarie. Deve restituire alla scuola il suo ruolo di luogo di relazione, non di contenitore di problemi. Deve costruire una presenza adulta riconoscibile, non autoritaria ma affidabile, capace di ascoltare e di orientare.

L’episodio non chiede indignazione: chiede responsabilità. Chiede che le istituzioni smettano di reagire e inizino a prevenire. Chiede che la politica abbandoni la retorica del “ritorno all’ordine” e si misuri con la realtà: senza adulti presenti, senza servizi funzionanti, senza comunità vive, la violenza non è un’eccezione, è una possibilità.

La domanda che l’evento pone è semplice e ineludibile: lo Stato è ancora in grado di garantire le condizioni minime per crescere, educare, vivere insieme?
Se la risposta è sì, deve dimostrarlo. Se la risposta è no, deve assumersi la responsabilità di ricostruire ciò che ha lasciato crollare.

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