Il divario di genere non si arresta neppure alla fine della vita lavorativa. In Italia le donne percepiscono una pensione mediamente più bassa del 26% rispetto agli uomini. Un gap che nasce molto prima dell’età pensionabile e che riflette disuguaglianze strutturali nel lavoro.
Un divario che nasce nel lavoro
Con un tasso di occupazione nettamente più basso, carriere lavorative più brevi e stipendi mediamente inferiori, le donne arrivano al pensionamento con assegni più leggeri. La pensione media femminile si attesta a 1.056 euro mensili, contro i 1.437 degli uomini. Il dato non sorprende gli esperti. È l’effetto cumulativo di anni di part-time involontario, interruzioni per maternità e cura familiare, minore accesso alle posizioni apicali. Ogni discontinuità contributiva si traduce in una riduzione diretta dell’assegno futuro. Nel sistema contributivo questo meccanismo è ancora più rigido.
Meno anticipate, più attese
Negli ultimi anni diminuisce anche il ricorso alle pensioni anticipate da parte delle donne. I requisiti contributivi elevati penalizzano chi ha avuto carriere frammentate. Molte lavoratrici restano così intrappolate in un doppio svantaggio: contributi inferiori e impossibilità di uscire prima dal lavoro.
Il risultato è un allungamento forzato della vita lavorativa senza un reale beneficio economico finale.
Una questione sociale, non privata
Il gap pensionistico non è solo un problema individuale. È una questione strutturale che riguarda l’intero sistema sociale ed economico. Una pensione più bassa espone le donne anziane a maggiore rischio di povertà, soprattutto in caso di solitudine o perdita del partner. La fragilità economica si somma spesso a quella sanitaria e relazionale. Intervenire sul divario pensionistico significa agire prima, sul lavoro, sui salari, sui servizi di cura e sulle opportunità di carriera.