NAPOLI – Dichiarare che occorre “spostare un fiume sotterraneo” per giustificare lo slittamento dei lavori e la prolungata chiusura della stazione della Circumvesuviana al Centro Direzionale rischia di suonare come un alibi fin troppo comodo. Il Sebeto, con le sue ramificazioni e la sua complessa rete idrica sotterranea, non è una scoperta del XXI secolo: scorre nel sottosuolo partenopeo da millenni, così come la ricca falda acquifera che caratterizza l’intera piana Orientale di Napoli. Il nodo della questione non è la natura che fa il suo corso, ma la fase di progettazione delle grandi opere infrastrutturali. Non aver previsto con esattezza l’impatto idrogeologico nelle gallerie del Centro Direzionale e di Poggioreale rappresenta un cortocircuito tecnico dai costi sociali enormi. Con il cantiere condizionato da infiltrazioni e la necessità di continue varianti in corso d’opera, torna forte l’incognita anche per i futuri snodi della metropolitana, in un territorio dove l’acqua d’alveo ha sempre preteso rispetto e competenza. A pagare il prezzo più alto di queste sottovalutazioni sono i cittadini e le comunità locali. La Circumvesuviana è nata storicamente per ricucire il territorio, viaggiando in superficie e portando i binari all’interno dei centri abitati, da Napoli fino al mandamento di Baiano e all’Agro Nocerino. Era una spina dorsale di mobilità popolare, pensata per collegare lavoratori, studenti e famiglie direttamente dal cuore di ogni paese verso il capoluogo. Oggi quell’ingranaggio si è spezzato. La sospensione del servizio sulla direttrice del Centro Direzionale e i continui rinvii non rappresentano soltanto un disagio tecnico o un ritardo da cantiere, ma un vero e proprio isolamento per migliaia di pendolari della tratta Napoli-Baiano. Interi comuni si ritrovano tagliati fuori dai collegamenti diretti su ferro, costretti a subire le conseguenze di un’infrastruttura mutilata e di un piano di trasporti che stenta a restituire continuità a un territorio già provato dal traffico stradale. La sfida per il futuro dei trasporti campani non si gioca solo nell’annunciare nuove date di riapertura, ma nel ritrovare quella capacità progettuale capace di dialogare con la geologia del territorio, restituendo finalmente ai cittadini il diritto a una mobilità dignitosa e capillare.