Separazione delle carriere e riforma della magistratura: intervista a Gianluca Dradi

La riforma della magistratura e la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri tornano al centro del dibattito politico e istituzionale. Per comprendere meglio le implicazioni del progetto di revisione costituzionale, abbiamo intervistato Gianluca Dradi, un dirigente scolastico che per oltre vent’anni ha esercitato la professione forense e che negli anni ’90 ha svolto anche il ruolo di giudice onorario.

Partiamo dalla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. È davvero necessaria una modifica costituzionale?

La separazione delle carriere, per quanto a mio avviso inutile, avrebbe potuto essere realizzata con una semplice legge ordinaria. La Corte costituzionale lo ha chiarito in più occasioni, ad esempio con le sentenze n. 37 del 2000 e n. 58 del 2022. Se si è scelto invece di modificare la Costituzione, significa che l’obiettivo reale è un altro: intervenire sugli organi di governo della magistratura, separandoli e quindi indebolendo l’autonomia dell’ordine giudiziario. Nel disegno del costituente del 1948, il Consiglio Superiore della Magistratura ha proprio la funzione di garantire l’indipendenza dei magistrati. Se la carriera di un giudice dipendesse dal Governo, egli non potrebbe sentirsi libero di decidere soltanto secondo la legge, perché potrebbe temere conseguenze sulla propria vita professionale. Il fatto che trasferimenti, incarichi direttivi e procedimenti disciplinari siano gestiti da un organo di autogoverno come il CSM elimina alla radice questo rischio. Con la riforma, invece, il CSM verrebbe smembrato in tre organi, i componenti sarebbero scelti in gran parte per sorteggio e il nuovo organismo disciplinare non sarebbe più presieduto dal Capo dello Stato, ma da una figura di nomina politica. Tutto questo non rafforza l’indipendenza della magistratura, ma la indebolisce.

I sostenitori della riforma sostengono che serva a migliorare il funzionamento della giustizia. È così?

Direi proprio di no. I veri problemi della giustizia italiana — a cominciare dalla lentezza dei processi — non vengono minimamente toccati. Separare le carriere riguarda solo l’organizzazione interna della magistratura, non l’efficienza dei procedimenti penali o civili.
Anzi, passando da un solo organo di autogoverno a tre, si rischia di aumentare la complessità e anche i costi del sistema.Non vedo come questa riforma possa ridurre i tempi dei processi o migliorare il servizio per i cittadini. Un altro argomento del fronte favorevole è quello della terzietà del giudice. Si dice che per garantire la terzietà del giudice rispetto alle parti del processo sia necessario che non appartenga allo stesso ordine del pubblico ministero. È un ragionamento che può sembrare convincente in astratto, ma non regge se si guarda alla realtà. La terzietà non dipende dallo status giuridico, ma dalle regole del processo. È la procedura penale che garantisce l’equilibrio tra accusa e difesa, insieme agli obblighi di astensione e incompatibilità quando esistono rapporti personali. Se si seguisse fino in fondo la logica di chi sostiene il Sì, allora bisognerebbe separare anche le carriere tra giudice per le indagini preliminari e giudice del dibattimento, tra tribunale e corte d’appello, tra appello e Cassazione, perché sono tutti colleghi. È evidente che sarebbe un’assurdità. In ogni caso, se davvero si fosse ritenuta necessaria la separazione, si poteva intervenire con legge ordinaria, senza modificare numerosi articoli della Costituzione.

La riforma introduce anche il sorteggio per la composizione degli organi di governo della magistratura. Che conseguenze può avere?

Oggi il CSM è composto per due terzi da magistrati eletti dai colleghi e per un terzo da membri nominati dal Parlamento.Domani, invece, i magistrati verrebbero sorteggiati tra migliaia di colleghi, mentre per i membri di nomina parlamentare ci sarebbe prima una selezione politica e poi un sorteggio tra i nominativi indicati. È evidente che il sorteggio reale riguarderebbe solo la componente togata. Questo riduce la rappresentatività e anche la motivazione a svolgere un incarico così delicato, perché chi viene eletto risponde ai colleghi che lo hanno votato, mentre chi viene sorteggiato non risponde a nessuno. Inoltre, nella nuova Alta Corte disciplinare la componente laica sarebbe più numerosa di quella togata, aumentando il peso della politica nella gestione della magistratura.

Secondo lei questa riforma si inserisce in un quadro politico più ampio?

Credo di sì. Accanto a questa riforma si parla di premierato, si è abolito il reato di abuso d’ufficio, si sono limitate le intercettazioni, si è ridotta la responsabilità erariale dei funzionari pubblici, si discute di norme che restringono la libertà di informazione. Nel complesso mi sembra che da un lato si rafforzi il potere esecutivo e dall’altro si indeboliscano i contrappesi. Ma la nostra Costituzione si fonda proprio sull’equilibrio tra i poteri dello Stato. L’articolo 1 afferma che la sovranità appartiene al popolo, ma nei limiti della Costituzione. Uno di questi limiti è l’autonomia del potere giudiziario, che deve restare indipendente per garantire i diritti di tutti, indipendentemente da chi governa.

Esiste qualche aspetto che condivide della  riforma?

L’unico tema su cui si può discutere seriamente è quello delle correnti nella magistratura. È vero che in passato ci sono stati casi in cui le nomine sono state influenzate dall’appartenenza associativa, e questo non è positivo. Ma eliminare le elezioni e introdurre il sorteggio non è la soluzione. Anche nella politica esiste il problema delle nomine partitiche, ma nessuno pensa di abolire le elezioni del Parlamento. Se si voleva intervenire, si poteva modificare la legge elettorale del CSM, introducendo limiti, incompatibilità o regole più severe. Tutto questo si poteva fare senza toccare la Costituzione.

In conclusione, perché è contrario alla riforma?

Perché ritengo che riduca le garanzie di autonomia della magistratura senza risolvere alcun problema reale. Inoltre il testo è stato approvato senza modifiche sostanziali durante l’iter parlamentare, segno che si trattava di una riforma già decisa. Indebolire l’indipendenza del potere giudiziario non conviene a nessuno, né a chi oggi governa né a chi domani potrebbe trovarsi all’opposizione. In una democrazia, i contrappesi servono proprio a garantire che il potere resti sempre limitato dalla legge