Spiccioli di spiritualità, Cibo e giorno dei morti

Di Michele Pugliese

Com’è noto oggi 2 novembre si celebra la Commemorazione dei fedeli defunti, un giorno dedicato al ricordo e alla preghiera per tutte le persone care che non ci sono più. Secondo la tradizione cattolica, la preghiera in questa giornata serve a suffragare (nel linguaggio ecclesiastico, il suffragio è una preghiera, opera caritatevole o celebrazione offerta in aiuto delle anime dei defunti) le anime che si trovano in Purgatorio nel loro cammino verso la beatitudine celeste.
La data fu ufficializzata nel 998 d.C. dall’abate benedettino Sant’Odilone di Cluny, il quale stabilì che i monasteri dell’ordine facessero suonare le campane a morto il 1° novembre dopo i vespri (secondo la tradizione ebraica, ripresa dal cristianesimo, il giorno comincia con il tramonto del sole) e celebrassero l’eucaristia per i defunti. Da Cluny, l’usanza si diffuse in tutta la Chiesa cattolica nel corso del Trecento.
Forse non tutti sanno che fin dai tempi antichi c’è stato un forte legame tra la morte e il cibo. La morte è la fine del corpo, il cibo è l’elemento (e l’alimento) che mantiene in vita il corpo. Così la commemorazione dei defunti unisce la profonda devozione religiosa a un forte senso di convivialità nei confronti della morte. Il dolce simbolo di questo momento è il cosiddetto “torrone dei morti”. A differenza del classico torrone natalizio, questo è un torrone morbido a base di cacao, decorato e farcito in tantissimi modi (nocciole, caffè, pistacchio o frutta candita). Tradizionalmente veniva regalato dai fidanzati alle rispettive compagne come segno di affetto. Vediamo come avviene questo passaggio dal fidanzamento ai morti.
L’usanza nasce a Napoli e affonda le sue radici nell’Ottocento. Secondo la consuetudine, nei giorni precedenti il 2 novembre, il fidanzato regalava alla propria compagna un vassoio di torrone morbido di vari gusti. Questo gesto significava sancire ufficialmente il legame d’amore davanti alla famiglia di lei e includere idealmente i defunti come “testimoni” e protettori della futura unione.
Questo torrone ha la caratteristica di essere, a differenza di quello natalizio, molto morbido, viene tradizionalmente preparato in stampi lunghi e stretti e poi glassato al cioccolato fondente. Quando viene venduto intero o tagliato a fette, la sua forma e il suo colore scuro ricordano deliberatamente la sagoma di una piccola cassa da morto (chiamata in dialetto tavùto). Per questo motivo il torrone è popolarmente soprannominato ‘o murticciello (“il morticino”). Questa estetica riflette l’ironia campana, capace di esorcizzare la paura della morte trasformandola letteralmente in qualcosa di dolce da mangiare.
Ma il legame dei morti col cibo non finisce qui. Da bambino mia nonna mi raccontava che il giorno dei morti si mangiava nel cimitero, ma non uno spuntino tanto per spezzare la fame, poiché l’usanza era stare al cimitero tutto il giorno, ma si organizzava un vero e proprio pic-nic. In realtà, mangiare all’interno dei cimiteri o direttamente sulle tombe nel giorno dei morti è un’usanza antichissima, diffusa in passato in Italia, ma che continua a vivere oggi in molte parti del mondo, come in Messico durante il Día de los Muertos. Le origini risalgono addirittura al tempo dell’antica Roma, noto storicamente come banchetto funebre (o refrigerium in epoca romana). Esso si basa su una concezione della morte molto diversa da quella attuale: i romani non consideravano il cimitero come un luogo cupo e di assoluto silenzio, bensì come uno spazio di transizione dove “incontrare” i propri cari. Alcune tombe romane erano dotate persino di tubi in terracotta (tubi di libagione) inseriti nel terreno, attraverso i quali i vivi versavano vino e cibo liquido direttamente nella tomba per “nutrire” simbolicamente il defunto. Questo rito pagano si è fuso nel tempo con la tradizione cristiana ed è sopravvissuto a lungo in diverse zone d’Italia.
La Chiesa tentò più volte di arginare i banchetti nei cimiteri, giudicandoli troppo vicini ai riti pagani e inclini a eccessi di convivialità (visto che spesso si beveva e si festeggiava rumorosamente). Nel corso dei secoli, l’usanza è stata progressivamente vietata nei luoghi di sepoltura, ma essa non rappresentava una mancanza di rispetto per i defunti, piuttosto il desiderio di ricreare un momento di unione familiare, dove i vivi e i morti potessero simbolicamente sedersi e mangiare ancora una volta alla stessa tavola.
C’è poi un cibo particolarmente legato fin dall’antichità al culto dei morti e al mondo dell’oltretomba, e sono le fave. Nell’antichità questo legume non era un semplice alimento, ma un vero e proprio simbolo mistico e religioso ricco di significati. Si credeva infatti che il fusto della pianta, essendo cavo e senza nodi, mettesse in comunicazione diretta il mondo dei vivi con il regno dei morti (l’Ade).
Secondo le credenze greche e romane, le fave racchiudevano le anime dei morti o le lacrime dei defunti. Si pensava che il fiore della fava, bianco con macchie nere che ricordano la lettera greca theta (iniziale della parola thánatos, cioè “morte”), fosse come un sigillo funebre. Durante la festa dei Lemuria a maggio, i romani gettavano fave nere dietro le spalle per nove volte durante la notte, recitando formule per placare gli spiriti dei defunti (i Lemuri) e allontanarli dalla casa.
Con l’avvento del Cristianesimo, l’aspetto più superstizioso legato alle anime intrappolate nei legumi venne progressivamente abbandonato, ma il legame culinario rimase. Nel corso dei secoli, le fave vere e proprie sono state sostituite da varianti dolci, nate per ricordare la forma del legume: così le Fave dei Morti (o Fave dolci) sono biscottini diffusi in moltissime regioni italiane. Vengono preparati tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre utilizzando una base di mandorle tritate, zucchero, farina e albumi, spesso aromatizzati con cannella o liquore. Possono essere morbidi o croccanti e richiamano nella forma proprio il seme della fava.
In conclusione, mangiare questi dolci l’inizio di novembre è un modo simbolico, tramandato per millenni, per addolcire il pensiero della morte e mantenere vivo il contatto con chi non c’è più. Un modo per essere vicini ai nostri cari defunti, che oggi si sta perdendo. La morte è relegata tra le cose da non dire, da scansare il più possibile. Eppure per vivere una vita piena occorre pensare alla morte. E allora tanto vale affrontarla serenamente, come San Francesco del suo Cantico della Creature: “Laudato sii, mio Signore, per nostra sorella morte corporale, dalla quale nessun uomo vivente può scappare; guai a quelli che moriranno nel peccato mortale; beati quelli che la morte troverà nelle tue santissime volontà, che la seconda morte (la dannazione eterna) non farà loro alcun male”.