UN MILIONE DI METRI CUBI DI RIFIUTI: L’INCENDIO DI AIROLA BRUCIA ANCHE LE DOMANDE

Fumi neri, diossine da monitorare e tempi lunghi per spegnere i focolai. Ma chi ha autorizzato e controllato quello stoccaggio? Chi ha portato lì tutta quella “monnezza”? E perché oggi si chiede alla popolazione se sapeva di avere una bomba ecologica accanto a casa?

Ci sono incendi che, oltre alle fiamme, lasciano dietro di sé una scia di domande. Quello divampato nel capannone di stoccaggio dei rifiuti nell’area industriale di Airola è uno di questi. Un milione di metri cubi di materiale. Una quantità enorme, nella quale erano presenti anche numerosi pneumatici, indicati come la principale causa dei fumi neri che hanno accompagnato l’incendio. E adesso si parla di tempi lunghi per spegnere completamente i focolai residui, mentre sono in corso i monitoraggi per verificare la presenza di diossine e di altri inquinanti nell’aria. Di fronte a numeri simili, la domanda non può essere soltanto: come è divampato l’incendio? La domanda dovrebbe essere anche: come è stato possibile arrivare ad accumulare una quantità simile di rifiuti in un capannone? E ancora: chi ha autorizzato quello stoccaggio? Chi aveva il compito di controllare? Quali controlli sono stati effettuati nel tempo? La quantità di materiale presente era compatibile con le autorizzazioni e con le condizioni di sicurezza del sito? Sono domande che non significano accusare qualcuno prima che siano gli accertamenti a stabilire eventuali responsabilità. Ma sono domande che una comunità ha il diritto di porre. Perché oggi si cerca di circoscrivere, sulla base della direzione dei venti, un’area che può arrivare fino a tre chilometri per individuare aziende agricole e zootecniche potenzialmente interessate dagli inquinanti. Si monitora l’ambiente, si cercano le diossine, si controllano le possibili ricadute sul territorio. Ed è giusto farlo. Ma viene spontaneo chiedersi: l’ambiente e la salute dei cittadini venivano monitorati con la stessa attenzione prima che arrivassero le fiamme? C’è poi un’altra questione che pesa come un macigno: quella dei rifiuti. Un milione di metri cubi non è una presenza invisibile. Non è qualcosa che compare dal nulla. È materiale che qualcuno ha prodotto, trasportato, conferito, stoccato e, presumibilmente, gestito attraverso una filiera fatta di autorizzazioni, documenti e controlli. E allora sarebbe troppo facile trasformare questa vicenda in una semplice ricerca di informazioni tra gli abitanti del posto, quasi a chiedere loro: “Ma voi sapevate cosa avevate vicino casa?” La domanda più importante dovrebbe essere rivolta a chi aveva responsabilità istituzionali e di controllo: chi doveva sapere? Perché il cittadino può vedere un capannone, ma non necessariamente può sapere cosa ci sia dentro, in quali quantità, con quali autorizzazioni e secondo quali procedure. E poi c’è la questione dell’aria. Se oggi quell’aria deve essere sottoposta a monitoraggi per verificare la dispersione di sostanze potenzialmente pericolose, è inevitabile chiedersi se prima dell’incendio esistessero controlli adeguati, se fossero state rilevate criticità e, soprattutto, se qualcuno avesse già segnalato qualcosa. L’incendio di Airola, dunque, non dovrebbe spegnersi con l’ultima fiammella. Dovrebbe accendere una luce sulle responsabilità, sulla gestione dei rifiuti e sulla catena dei controlli. Non servono processi mediatici e nemmeno capri espiatori. Servono nomi, atti, autorizzazioni, controlli, date e risposte. Perché un milione di metri cubi di rifiuti non è soltanto un problema che emerge quando prende fuoco. E se davvero quella quantità di materiale rappresentava una bomba ecologica, la domanda più inquietante non è soltanto chi abbia appiccato il fuoco. È chi abbia permesso che quella bomba arrivasse a esistere.