100 anni di Dario Fo. Un racconto che attraversa il tempo e continua a vivere tra memoria ed attualità

Ci sono figure che non appartengono soltanto alla storia del teatro o della letteratura, ma alla storia della coscienza collettiva. Dario Fo è una di queste. La sua voce, il suo corpo in scena, la sua capacità di trasformare la denuncia in racconto e il racconto in risata liberatoria hanno segnato un’epoca e continuano a parlare anche oggi, in un tempo che sembra aver smarrito la capacità di ascoltare ciò che disturba.
Una serata dal titolo “Siamo fatti di memoria”, espressione dello stesso Dario Fo, ieri ha celebrato non solo il ricordo ma dimostrato anche che il rapporto con il maestro e Napoli è ancora vivo, presente, palpabile, straordinariamente attuale. Jacopo Fo e tutti gli amici che nella serata di ieri, 14 aprile 2026 sono stati invitati ad omaggiarlo alla Domus Ars di via Santa Chiara, attraverso la musica, i racconti, le immagini, hanno tutti testimoniato ciò che Dario Fo continua a rappresentare: un modo di stare nel mondo, di guardarlo senza timore, di raccontarlo senza filtri, di restituire dignità a chi ne è stato privato. La sala della Domus era già gremita un’ora prima dell’inizio previsto per le 18.00. In tantissimi, tra spettatori, artisti e giornalisti hanno voluto essere presenti a quest’evento unico nel suo genere, fortemente voluto per il maestro premi Nobel e re del grammelot che tanto amava Napoli.
Napoli, con la sua storia stratificata, con la sua capacità di trasformare la sofferenza in canto e la denuncia in poesia, è forse il luogo d’elezione naturale per continuare a far vivere la sua eredità dentro un tessuto culturale che da sempre intreccia arte e conflitto, bellezza e contraddizione, ironia e dolore.
La presenza degli artisti intervenuti non è stata casuale. Ognuno di loro ha portato con sé un frammento di quella stessa tensione che ha animato Fo: la volontà di raccontare ciò che spesso resta ai margini, di dare voce a ciò che rischia di essere soffocato, di trasformare la musica in un gesto di responsabilità civile.
La serata è stata introdotta dai saluti degli organizzatori dell’evento, Enzo La Gatta, amico storico delle Nacchere Rosse e Carlo Faiello, presente nella duplice veste di direttore artistico della Fondazione “Il canto di Virgilio” e di artista. Presenti il parlamentare Dario Carotenuto e il giornalista Nino Marchesano, autore del libro “Dario Fo a Napoli. Storia di un concerto”
Migranti, morti bianche, violenza sulle donne: tre i temi individuati in cui hanno ruotato gli interventi degli artisti e delle personalità presenti. Dopo una sintetica proiezione del DVD “Siamo fatti di memoria”, che ha dato il nome alla serata, prodotto dall’associazione “Nuove Nacchere Rosse”, la scena è stata tutta per Jacopo Fo, non solo l’erede, ma il ponte più diretto tra ciò che Dario Fo ha costruito e ciò che continua a vivere attraverso chi ne ha condiviso la visione. La sua presenza non è stata solo simbolica, ma la testimonianza di una continuità che non si limita alla memoria familiare, ma si estende a un modo di intendere l’arte come strumento di trasformazione.
Jacopo ha voluto anche ricordare e sottolineare che la Campania è stata la culla dell’Atellana, commedia che nasce nel IV sec. A. C. , grazie agli Osci, trasformata dai romani in genere letterario con la fabula atellana, genere farsesco in cui erano protagoniste tante maschere, antenate di tutto ciò che è stato il teatro successivo e naturalmente quello in cui Dario Fo è stato interprete magistrale.

Il canto e la musica sono diventate protagonista in un’alternanza, a tratti improvvisata, omaggio nell’omaggio a colui che è stato il re dell’improvvisazione. Gennaro Monti ha interpretato un pezzo di Razzullo da “Mistero buffo”. Si sono susseguite poi, tra ricordi e note, le esibizioni di Sasà Mendoza, Carlo Faiello con Tony Cercola, Enzo Gragnaniello Eugenio Bennato, Ugo Mazzei, Le nuove Nacchere Rosse e in chiusura è stata una tammurriata collettiva.
Il “Re di denari”, come lo ha definito Enzo Gragnaniello, con la sua poesia e la sua denuncia sociale è tornato a vivere grazie a questo parterre corale, intergenerazionale che attraverso linguaggi ha reso la memoria non semplice nostalgia, ma vitalità ed impegno per continuare, grazie all’arte ed alla cultura, a lottare per la pace, per i diritti, per un altro mondo possibile, dove la violenza lasci sempre più spazio alla giustizia sociale e all’uguaglianza di opportunità
Perché se siamo fatti di memoria, allora siamo fatti anche della responsabilità di non lasciarla morire.

Foto in copertina di Lucia Grimaldi: Jacopo Fo