CASEIFICIO COI SOLDI DI ZAGARIA

Il pentito inguaia l'amministratore giudiziario

In un processo dal sapore di cronaca nera che si tiene dinanzi alla prima sezione del tribunale di Santa Maria Capua Vetere, le dichiarazioni del pentito Massimiliano Caterino hanno gettato nuova luce su un intricato sistema di malaffare che coinvolge il caseificio Santa Rita di Giovanni Nobis, l’amministratore giudiziario Aristide Casella e la famiglia Zagaria.

 

Caterino ha testimoniato che l’amministratore giudiziario era a conoscenza di tutte le attività illecite messe in atto da Carmine Zagaria, tra cui la vendita di latte nero al caseificio Santa Rita, sottraendo così fondi all’azienda sottoposta a sequestro e amministrata da Casella. Il pentito ha descritto un intricato sistema di sovraffitti e operazioni finanziarie fraudolente, complice anche un commerciante di mangimi del nolano.

 

Il processo vede sotto accusa non solo i fratelli del boss Michele Zagaria, Antonio e Carmine, ma anche l’amministratore giudiziario Aristide Casella e altri membri della famiglia Zagaria, compresi i fratelli Antonio e Fernando Zagaria, che hanno messo a disposizione delle loro aziende per favorire il clan mafioso.

 

L’azienda bufalina di Brezza, intestata alla madre di Zagaria, Raffaella Fontana, è stata al centro delle operazioni illecite, utilizzata come “schermo” per riappropriarsi, in modo occulto e fraudolento, dell’azienda stessa, precedentemente colpita da diverse misure giudiziarie. Grazie alle aziende dei fratelli Zagaria, il clan è riuscito a mantenere il controllo di un’attività economica particolarmente redditizia, nonostante le restrizioni giudiziarie.

 

In particolare, i fratelli Carmine e Antonio Zagaria hanno operato una cogestione tra le aziende, coincidendo sede legale e operativa, commistionando rapporti commerciali e ricorrendo a operazioni di sovra e sotto fatturazione, al fine di sottrarre liquidità dalle casse aziendali per il bene della famiglia Zagaria e del clan omonimo.

 

Il processo, iniziato con il clamore mediatico di un sequestro preventivo nel maggio del 2020, continua a rivelare le intricate trame di un sistema corrotto che ha permeato le attività economiche del territorio, dimostrando l’importanza della collaborazione dei pentiti nel far luce sui loschi affari della criminalità organizzata.