Per BelvedereNews abbiamo intervistato il cantautore Irpino Michele Ruggiero. La sua proposta artistica affonda le radici nella tradizione del cantautorato classico italiano, arricchita da una forte influenza della chitarra blues. Cresciuto tra Aquilonia e Roma, ha consolidato la sua formazione musicale d’eccellenza nella Capitale.
Parlaci un po’ di Michele Ruggiero?
Direi che Michele Ruggiero è, prima di tutto, un osservatore di emozioni. Per me scrivere canzoni è sempre stato come tenere un diario: il modo in cui provo a dare un senso alle piccole cose, ai silenzi, a tutto quello che di solito non si dice a voce alta. Se dovessi spiegare da dove arriva tutto questo, direi che il mio modo di fare musica nasce dal lupo e dalla lupa. Da una parte c’è il lupo dell’Irpinia, che sono le mie radici, il richiamo della terra e quel blues viscerale che non ha bisogno di filtri. Dall’altra c’è la lupa di Roma, la città che mi ha adottato e che mi ha insegnato il cinismo, la poesia di strada e il mestiere del cantautore. La mia musica è il luogo in cui questi due mondi si incontrano e dialogano.
Come nasce il tuo rapporto con la musica?
Il momento esatto in cui è nato il mio rapporto con la musica non lo ricordo, anche perché ero molto piccolo. So solo che la musica è sempre stata una priorità. A quattro anni, quando mi chiedevano cosa volessi fare da grande, rispondevo già: ‘Il cantante, il musicista’. Non sapevo bene il perché, ma ero attratto da quel mondo, curioso di scoprire cosa ci fosse dietro. La cosa che mi ha fatto sempre riflettere è che non c’è stata una persona o una situazione particolare a spingermi. Non ho familiari che suonano, non ho mai avuto la casa piena di dischi, né mi è successo un fatto scatenante. Era semplicemente un’attrazione per qualcosa che sentivo di avere già dentro, un’urgenza che ho sempre avvertito come naturale.
Quale è il messaggio che generalmente vuoi comunicare con le performance musicali?
Il messaggio che voglio comunicare non è mai lo stesso; dipende dal brano, dal momento, da chi ho di fronte. Spesso, prima di cantare, sento il bisogno di dire due parole: non per spiegare il testo, credo sia molto più bello che una canzone arrivi all’ascoltatore in base alla sua sensibilità, ma per invitare il pubblico a entrare nel mio piccolo mondo, specialmente quando chi mi ascolta non mi conosce ancora. È un equilibrio sottile. Mi piace che la performance sia un momento di condivisione, ma non dimentico mai che sono lì anche per suonare. E se vedo che qualcuno è troppo distratto, mi piace piazzarci una bella ‘scoattata’: un assolo, una sgasata tecnica, un momento in cui la chitarra prende il sopravvento.

Che tipo di location scegli generalmente per realizzare le tue esibizioni artistiche?
Suono in posti molto diversi tra loro, e onestamente non saprei scegliere. Mi piacciono molto i palchi grandi, soprattutto quando ho una band alle spalle: quella potenza sonora è un’esperienza elettrizzante. Però sono profondamente affezionato ai posti piccoli: caffè letterari, wine bar, quei contesti dove puoi guardare le persone negli occhi, vedere in tempo reale come reagiscono alla musica, scorgere le loro sensazioni. Suonare su un palco grande è un’esperienza potente, ma è una dinamica diversa: le luci, la distanza, spesso ti impediscono di vedere davvero chi hai davanti. Nei locali piccoli, invece, il contatto è totale. Non senti il pubblico solo attraverso il rumore, lo senti attraverso lo sguardo. Per me la musica è questo: passare dal grande respiro di un palco importante all’intimità di un confronto diretto, dove non ci sono filtri tra me e chi ascolta.
Progetti per il futuro? Quali evoluzioni desideri per la tua operazione artistica?
Progetti per il futuro? Sicuramente far uscire più brani. Ho quasi ultimato le registrazioni di diversi pezzi e ho intenzione di pubblicarli con una frequenza maggiore. Continuerò comunque a testarli dal vivo prima di chiuderli definitivamente in studio: è il modo in cui preferisco farli crescere insieme al pubblico, portandoli a maturazione in quella dimensione di scambio diretto. Per quanto riguarda l’evoluzione artistica, invece, non faccio programmi. Anzi, non potrei nemmeno farli: se sapessi già dove sto andando, non sarebbe un’evoluzione, sarebbe solo un percorso prestabilito. Preferisco restare aperto a quello che succederà, lasciando che sia la musica stessa a indicarmi la strada.
Quale è il tuo legame con l’Irpinia?
È un legame difficile da definire, perché non c’entra nulla con la nostalgia o con una ricerca estetica. È qualcosa di più viscerale, un senso di appartenenza che è semplicemente dentro di me. Me lo porto dietro ogni giorno, anche ora che vivo a Milano: è una parte di quello che sono e, inevitabilmente, sarà parte di quello che sarò. Non ho bisogno di guardare indietro, perché l’Irpinia è un’impronta che mi definisce. È lì che ho le mie radici, la mia famiglia, il mio locale ed è un legame così profondo che, ovunque io vada, non smette mai di tenermi in piedi.
Grazie Michele!
Grazie a Voi!
I suoi singoli, disponibili sulle principali piattaforme di streaming come Spotify e Deezer, includono:
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Musicalmente turbato (2025)
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Venezia (2024)
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Indugiare la partenza (2013)
L’artista vanta un’intensa attività dal vivo, esibendosi regolarmente in club e bistrot culturali tra Roma, Milano e altre città italiane. Tra i suoi progetti paralleli spicca il format di musica e condivisione intitolato “Canzoni da bere”.
Guarda il videoclip.