
Per BelvedereNews abbiamo intervistato la Dott.ssa Jenny Daniela Salazar Zapata, Founder di Regg3, ci ha parlato del suo impegno per lo Sviluppo Sostenibile e di come si estroflette l’operato di Regg3 sulle aziende, le PA e i territori. Un’ampia riflessione sugli aspetti normativi, economici e sociali riferiti al settore e l’emersione della capacità dell’azienda nel guidare il cambiamento.
Parlaci di Regg3?
“E’ una startup innovativa e società benefit, nata a Milano nel 2022 dalla visione di Giovanni (Gigio) Moratti e Jenny Daniela Salazar Zapata. Il nome Regg3 è composto da tre elementi distintivi. “REG” richiama il concetto di rigenerazione, intesa come superamento dell’economia estrattiva classica, quella che vede nell’homo economicus un agente razionale e individualista votato alla sola massimizzazione delle risorse. La nostra visione si ispira al modello di Doughnut Economics di Kate Raworth, che propone un’economia che operi entro i limiti planetari (come CO₂, biodiversità, cicli del fosforo e dell’azoto) e che garantisca al contempo le fondamenta sociali (come istruzione, salute, lavoro) per una vita dignitosa a tutti. La “g” centrale è un omaggio al reggae: un genere musicale nato in contesti di oppressione, che ha saputo trasformare scarsità e disuguaglianza in linguaggi di amore, resistenza e bellezza. Il numero “3” rappresenta infine la nuova fase evolutiva dell’economia digitale, ma non come Web3 “criptato” o puramente tecnologico: per noi, è un riferimento al bisogno di strumenti trasparenti, intelligenti e accessibili, come l’intelligenza artificiale intesa come commodity abilitante, che ogni azienda deve oggi saper integrare per leggere e restituire impatti concreti. Regg3 nasce dall’incontro tra ricerca sociale, analisi territoriale e innovazione digitale. Il nostro team proviene da percorsi diversi, economia, scienze ambientali, data science, policy, ma condividiamo la convinzione che la transizione ecologica abbia bisogno di strumenti concreti per verificare se gli interventi generano davvero un cambiamento positivo nei territori. Per questo abbiamo sviluppato un modello di misurazione che parte dai bisogni territoriali (ambientali, sociali, economici) e li confronta con l’offerta di impatto generata da imprese, enti pubblici o realtà del terzo settore. La nostra piattaforma permette di leggere questi dati in modo accessibile, comparabile e aggiornabile. Il nostro obiettivo è creare un valore netto positivo per il pianeta e le persone, oltre che per i bilanci aziendali.
Cosa fa Regg3?
“La Mission di Regg3 è orientare le organizzazioni verso un’economia rigenerativa che crea un vantaggio duale per i cittadini e per l’organizzazione. Il nostro operato tende a tutelare e conservare risorse naturali e a creare prosperità attraverso le analisi d’impatto. Con oltre 1 milione di dati raccolti da contesti territoriali globali, supportiamo le organizzazioni a misurare come le loro azioni influenzano l’ambiente e le comunità in cui operano. Una mission semplice, ma ambiziosa e consiste nell’aumentare lo spazio sicuro ed equo per la creazione di valore rigenerativo. Lo facciamo attraverso un modello innovativo che non si limita a guardare singoli dati, ma tiene conto dell’interazione dinamica di variabili biofisiche e sociali all’interno di un determinato contesto territoriale. In altre parole, non si tratta solo di calcolare emissioni di CO2 o risorse utilizzate, ma di capire come queste si intrecciano con la società e l’ambiente locali”.
In cosa consiste praticamente la vostra analisi e cosa prevede nel suo processo di svolgimento?
“La nostra piattaforma si compone di tre elementi principali: Impact Explorer, Impact Proof e, in una fase successiva, Impact Exchange. L’obiettivo comune è rendere semplice la sostenibilità e dare uno strumento per leggere una realtà sempre più piena di dati e complessità. Siamo in fase di lancio dell’Impact Explorer, uno strumento per mappare in modo georeferenziato i bisogni di impatto a livello territoriale (es. emissioni, occupazione, istruzione, biodiversità). È uno strumento utile per chi progetta interventi – sia pubblici che privati – e vuole orientarli verso le aree dove generano maggiore valore rigenerativo. L’Impact Proof: un protocollo di misurazione certificabile, che consente alle aziende di dimostrare con dati verificabili la coerenza tra i propri interventi e i bisogni dei territori in cui operano. Organizazzioni che si sono sottoposte a questo sistema sono L’Ente Nazionale per il Microcredito, multinazionali come voestalpine e azienda ad alto impatto potenziale come Treedom. L’Impact Exchange è attualmente una vetrina che consente di visualizzare i progetti che si sono sottoposti a una valutazione d’impatto in relazione al contesto territoriale. In futuro, sarà possibile attivare forme di scambio basate su contratti, bond, token o altre soluzioni, ma il nostro interesse non è nel contenitore – quanto nel sottostante. Non promuoviamo il mercato per il mercato: per noi, l’impatto deve essere prima dimostrato, misurato e validato. Solo così può essere eventualmente “scambiato”, ma sempre con attenzione alla qualità, alla trasparenza e all’efficacia concreta per il territorio”.
E’ interessante l’operazione di “evangelizzazione” delle aziende rispetto al cambio di rotta sui criteri ESG. Regg3 prosegue la sua inversione di tendenza nell’instillare consapevolezza nell’operato quotidiano aziendale rispetto al contesto territoriale. E’ un’ operazione che avviene con facilità oppure riscontrate molta resistenza al cambiamento?
“I nostri partner ideali sono quelli che condividono la nostra visione di un futuro rigenerativo, ma lavoriamo anche con chi sta appena iniziando questo percorso. Da una parte, collaboriamo con realtà il cui core business è già incentrato sulla sostenibilità e cercano strumenti per amplificare il loro impatto. Dall’altra, ci rivolgiamo a chi, pur non avendo la sostenibilità come priorità attuale, desidera comunque migliorare la propria impronta ambientale e sociale e, infine, arrivare a essere rigenerativo. Inoltre, ci rivolgiamo a investitori professionali che possono utilizzare il nostro modello per valutare opportunità d’investimento legate a bisogni sociali o ambientali, e per misurare l’impatto dei loro asset in modo visivo e intuitivo. Offriamo alle grandi aziende un sistema per valutare l’impatto contestuale delle loro operazioni, così da cogliere le opportunità di profitto che derivano da iniziative rigenerative.”
Oltre agli interventi in ambito privato siete chiamati anche a lavorare in contesti strategico politici. Come vi ponete in questo ambito?
“Anche i policy maker rientrano nel nostro target: li aiutiamo a quantificare l’impatto sistemico delle loro politiche a livello contestuale, facilitando così una gestione più efficace degli investimenti pubblici per favorire l’impatto rigenerativo. Collaborando con entità già sostenibili e quelle in transizione verso la sostenibilità, vogliamo promuovere sinergie innovative. Questo approccio permette non solo di ottimizzare la creazione di valore economico, ma soprattutto di ampliare i benefici ambientali e sociali per tutti. In ambito pubblico, intervenire con questo approccio, è ormai una questione di rispetto verso gli enti e le future generazioni. Tutte le decisioni prese in questi ambiti, influenzano in modo consistente lo sviluppo del tessuto sociale futuro. La sostenibilità, in passato, sembrava quasi una scelta elitaria, una direzione facoltativa, invece è una questione necessaria da affrontare in ogni consesso decisionale, a tutti i livelli, e rappresenta ormai una scelta di responsabilità. Il nostro compito consiste nell’accompagnare i decisori politici verso scelte consapevoli per ridurre il gap con un mondo più sostenibile per le prossime generazioni.”
Mi pare ci sia ancora un processo farraginoso nella classificazione data point. Nel contesto Europeo come avviene la classificazione dei dati?
“L’EFRAG ha pubblicato l’elenco di datapoint e degli ESRS (European Sustainability Reporting Standard), ovvero, gli indici di rendicontazione europei. Si sta cercando di dare un perimetro sempre più definito per le rendicontazioni ESG e si tende sempre più alla razionalizzazione dei dati per garantirne una migliore identificabilità. Si auspica che la burocrazia e la compliance aziendale siano più in sintonia per garantire minor frizione nello svolgimento del processo di cambiamento che la sostenibilità comporta.
Si dibatte molto sulla giustezza e sull’interpretazione univoca del dato preso in analisi. Cosa ne pensate a riguardo?
“Attualmente un grossa difficoltà è nell’allineamento dei risultati di analisi svolte da diverse entità. Non si riesce a dare una lettura unificata perché l’interpretazione di alcuni risultati non restituisce una misurazione effettivamente aderente alla realtà o non rivela in modo esaustivo ciò che è avvenuto in un determinato contesto. La necessità è quella di garantire un risultato deontologicamente ed eticamente corretto e soprattutto omogeneo ed accessibile a tutti. Inutile dire che la semplificazione della lettura garantisce la maggior consapevolezza nell’individuazione di una problematica e dell’eventuale sua risoluzione. Serve un’operazione di “traduzione” della realtà complessa per renderla comprensibile e fruibile ad un target più ampio possibile. L’integrazione della sostenibilità ai modelli di business delle imprese non è più solo una direzione e un obiettivo. Chiarezza, misurabilità, trasparenza e confrontabilità delle informazioni sono alla base di rating di sostenibilità più affidabili, della fiducia degli investitori e della sana concorrenza sul mercato.”
E’ davvero una missione importante quella di Regg3, ricopre una posizione importante nei confronti un futuro migliore?
“Lo sfruttamento delle risorse umane e rinnovabili non è garantito all’infinito. Si sente la necessità di rafforzare le pratiche per un’ Economia rigenerativa, sistema economico che lavora per garantire le fondamenta sociali e il benessere delle persone, che garantisca un equilibrio tra le variabili messe in gioco. Ad esempio con operazioni più consapevoli, anche in termini di approvvigionamenti professionali, si facilità il raggiungimento di un obiettivo condivisibile sia dal lato aziendale sia dal lato ambientale raggiungendo una condizione win win. Una strategia di riorganizzazione sistemica per agevolare il cambiamento dell’attuale contesto è sicuramente la costruzione di una rete di mercato d’impatto simile ad un nuovo sistema con parametri più giusti ed equi tra profitto e benessere sociale.
Cosa ha orientato le vostre scelte verso le aree di impatto ambientali e sociali nel vostro modello?
La scelta delle nostre aree di intervento che definiamo, 12 aree di impatto del modello Regg3, è stata effettuata sulla base di alcuni criteri che descrivo di seguito. E’ importante la validità glocale degli standard. Glocal, pensare locale, agire globale, significa essere sia globali, nel senso che l’occupazione, la salute, sono fondamenta sociali che ogni paese considera, sia che hanno una specificità e “subiscono” un processo di castomizzazione locale a cui possiamo adattarci con il nostro modello traendone così un valido riscontro. Le aree individuate hanno sicuramente un perimetro ben definito, base scientifica chiara e con dei riferimenti ad un valore obiettivo. Ci sono invece altre aree ambientali, come l’acidificazione degli oceani che sono difficilmente quantificabili e i cui valori soglia non sono ancora stati individuati dalla comunità scientifica. Altri criteri sono stati quelli che identificano gli aspetti dell’efficacia dell’organizzazione, dell’operabilità da parte di un’azienda, della sua coerenza con standard già esistenti come ISSB, ESRS e SDGs. Nel nostro modello non sono comprese alcune dimensioni dell’impatto, ad esempio la Democratic Quality, che rappresenta comunque un aspetto fondamentale, ma avendo un taglio di tipo sociale, che riguarda anche l’organizzazione politica, nelle mondo aziendale questo parametro non produce nessun effetto. In Regg3 non vogliamo costruire un indice politico né imporre modelli normativi esterni, ma offrire uno strumento abilitante che aiuti da un lato il settore pubblico a promuovere ciò di cui i territori hanno bisogno, dall’altro imprese, enti del terzo settore e altri attori a rispondere con interventi misurabili, tracciabili, allineati agli obiettivi di sviluppo sostenibile. Il nostro obiettivo è semplice e ambizioso allo stesso tempo ed infatti la strada da percorrere si traduce in dare strumenti utili a chi decide, investe e progetta per orientare le risorse pubbliche e private verso impatti misurabili, equi, condivisi. E, soprattutto, verso ciò che serve davvero ai territori.
Sulla puntualità della ricerca scientifica c’è soddisfazione sulle aree individuate oppure c’è anche li da lavorare perfezionando i parametri per supportare risultati scientifici?
In effetti anche in questo ambito c’è da mettere a fuoco alcune criticità. Ci sono aree di impatto che sono supportate scientificamente ed altre ancora non ben definite per produrre analisi sempre più approfondite. Muovendoci in questi contesti strategici ci configuriamo in un obiettivo dell’Agenda 2030 in particolare. L’ Obiettivo 12 è uno dei 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile promossi dalle Nazioni Unite. Consumo e produzione responsabili. Promuove modelli di produzione e consumo sostenibili per ridurre l’impatto ambientale, combattere la povertà e migliorare gli standard di vita.
Cosa dobbiamo aspettarci in futuro, come lo immaginate come momento storico?
“Lo immaginiamo come la prossima rivoluzione economica, scientifica e culturale. Come il nuovo fulcro di un’economia che abbia al suo centro le necessità degli uomini e dell’ambiente. E crediamo che questa rivoluzione sia supportata dall’accesso ai dati e a sistemi in grado di leggerli e di restituirci un valore che non sia più astratto dal mondo. Vediamo la sostenibilità come un’opportunità storica, e in fin dei conti da innovatori crediamo che il futuro sia già oggi”.