di Redazione (GESUALDO NAPOLETANO)
ROMA – “E’ proprio il caso di dire che, più che il reato, poté il cognome”. Così, in una nota, il senatore di ALA-SC Vincenzo D’Anna. “Con la condanna di Denis Verdini, relativa alla vicenda del crac della Banca di credito cooperativo – spiega il parlamentare – si sanciscono due nuovi elementi che corroborano la già brillante casistica delle ‘giustizia ingiusta’ in Italia. Primo, che possa esistere una bancarotta anche quando tutti i correntisti e gli azionisti di quella stessa banca siano stati saldati, fino all’ultimo centesimo, dalla banca medesima; secondo che si possa condannare un uomo in virtù del proprio cognome. Ovvero, dei presunti poteri demiurgici che da esso scaturiscono fino a ridurre ad idioti incapaci di intendere e di volere tutti i componenti del consiglio di amministrazione di quella banca”.
“Un potere mefistofelico – aggiunge il senatore di ALA – che il tribunale ha incartato nella sentenza di condanna e che promana non già dai reati accertati, bensì dal cognome dell’imputato”. “L’unica cosa di sulfureo che emana la decisione dei giudici – conclude D’Anna – è la pervicace volontà di certa magistratura di condannare le persone senza altra prova che il peso del proprio cognome ed il peso del proprio passato politico”.