CASERTA – Ieri al campo Laudato Sì diverse voci hanno raccontato di un unico filo che tiene assieme una villetta abbandonata e trasformata in piazza di spaccio, una caserma dimenticata, un parco vandalizzato, dei campi da basket sorti dal nulla e un dormitorio per i senzatetto. Quel filo si chiama patto di collaborazione e nell’ambito della quarta edizione del Festival Laudato Sì delle Chiese di Capua e Caserta, un’intera giornata di questa edizione 2026, “Abitare il creato”, è stata dedicata alla rigenerazione urbana che questi patti hanno regalato ai cittadini.
Moderato dalla giornalista Daniela Volpecina, l’incontro Patti di Collaborazione per la Rigenerazione Urbana ha riunito il mondo associazionistico cittadino, la Fondazione Casa Fratelli Tutti, la Commissione straordinaria del Comune di Caserta e il Segretario del Campo Raffaele Zito, in un confronto che ha attraversato quasi un decennio di esperienze civiche, tra entusiasmi, frustrazioni e proposte concrete.
Una voce assente, ma presente: il messaggio di Don Antonello Giannotti
Don Antonello Giannotti, Presidente della Fondazione Casa Fratelli Tutti, non ha potuto essere presente, ma ha fatto arrivare un messaggio accorato che ha dato la cornice spirituale e concettuale all’intera giornata. Il suo intervento ha toccato il cuore del festival, dedicato quest’anno all’ambiente, alla rigenerazione e ai beni comuni, sintetizzati nel titolo Abitare il creato: un’espressione che non va intesa come semplice metafora, ma come una precisa postura etica. Abitare il creato significa interpretare il mondo non come uno spazio da occupare e sfruttare, ma come una casa da custodire e tutelare – una casa comune, per usare il linguaggio di Laudato Sì.
Questa visione si sposa alla perfezione con il fine ultimo del regolamento sui beni comuni e dei patti di collaborazione: strumenti che traducono in prassi amministrativa esattamente quella responsabilità. Un patto di collaborazione non è una concessione burocratica: è un accordo tra l’amministrazione pubblica e la società civile – associazioni, comitati, parrocchie, scuole, singoli cittadini – per farsi carico insieme di quegli spazi che il Comune, spesso per mancanza di risorse o di personale, non riesce a tutelare da solo. È, in fondo, la stessa logica del creato: nessuno ne è padrone, tutti ne sono custodi.
Il principio fondante: Villa Giaquinto
Tutto comincia il 16 gennaio 2016, quando un gruppo di cittadini riapre i cancelli di Villa Giaquinto. Un atto inizialmente fuori dalle regole, ma – come hanno ricordato gli attivisti del Comitato per Villa Giaquinto: restituire libertà a un bene che non apparteneva a nessuno, o peggio, apparteneva al degrado. Da quello scarto urbano, così classificato persino nel bilancio sociale comunale, è nata la prima esperienza di patto di collaborazione per la gestione di un bene comune a Caserta, e da quel patto sono derivati tre regolamenti: sui beni comuni, sugli orti civici, sui graffiti.
Villa Giaquinto è oggi un luogo dove si proiettano film all’aperto, si coltivano orti e relazioni, si organizzano laboratori per bambini, feste, spazi per le associazioni. Una comunità trasversale, dai neonati agli anziani. Oggi è chiusa per lavori di ristrutturazione finanziati dal PNRR – lavori che la comunità stessa ha difeso raccogliendo mille firme in meno di una settimana. La richiesta al Comune è chiara: tempi più lunghi per i patti, perché uno o tre anni non bastano a radicare energie e investimenti. L’obiettivo è una vera coprogettazione, dove il cittadino non è un interlocutore da gestire, ma un partner dell’amministrazione pubblica.
Le altre voci: un mosaico di cura urbana
Ferdinando Errichiello del Laboratorio Millepiani ha portato la storia della Caserma Sacchi, in via San Gennaro: vent’anni di presidio associativo in un edificio che custodisce un patrimonio artistico pressoché sconosciuto. Un tetto crollato nel 2018, e ora un progetto sostenuto da Fondazione con il Sud – Macrico Porta Est – che immagina quello spazio come una soglia tra il centro e la periferia est della città, dove nasceranno una falegnameria, un fablab, una sala culturale e servizi a bassa soglia. Si auspica che diventi il fulcro di un nuovo patto di collaborazione allargato, capace di coinvolgere associazioni, diocesi e Fondazione.
Assunta Di Rauso del Comitato Parco degli Aranci ha raccontato la storia di una villetta vandalizzata e abbandonata, lentamente restituita alla vita attraverso il progetto Zorba per i più piccoli e attività di educazione civica per i ragazzi del quartiere. Una storia di tenacia quotidiana, non priva di ombre: tre esposti in questura per un cane pericoloso che scorrazza tra i giochi dei bambini, senza che le istituzioni abbiano ancora provveduto. Un appello diretto, netto: chi si assume l’onere di rigenerare uno spazio pubblico ha diritto a non essere lasciato solo.
Luigi Zampella ha ricostruito la storia dei Campi Nike – oggi intitolati a Emanuela Gallicola – un terrapieno comunale trasformato negli anni ’70 in campo da calcio, poi in area polisportiva, grazie alla tenacia di Enzo Esposito, Nando Gentile e di tanti volontari che per anni hanno pulito e curato quegli spazi in assenza di qualsiasi manutenzione istituzionale.
Antonietta d’Albenzio dell’Associazione L’Angelo degli Ultimi ha presentato il patto di collaborazione che gestisce la sede di via Mondo, intitolata a don Giorgio Quici: rifugio, pasti, docce, percorsi di recupero per chi vive in strada. Dieci posti letto. Solo dieci, in una città capoluogo. L’appello è stato rivolto a istituzioni, Fondazione e Chiesa: aprire gli edifici pubblici dismessi, moltiplicare i luoghi di accoglienza.
Guglielmo Pepe di Assovoia con fervido intervento ha tenuto il punto concettuale dell’intera giornata: “i patti di collaborazione non sono uno strumento amministrativo. Sono un modo per prendersi cura, per ricostruire comunità, per restituire senso civico ai luoghi e alle persone.”
L’accordo di programma: resoconto di Zito
A chiudere il cerchio, l’intervento di Raffaele Zito, Segretario del Campo Laudato Sì di Caserta, che ha illustrato la proposta più ambiziosa sul tavolo: un accordo di programma tra la Chiesa – che mette a disposizione 33 ettari al centro della città – e la Regione Campania, per un progetto pilota regionale sui beni comuni. Uno strumento già tentato con l’allora Presidente Vincenzo De Luca, ma rimasto incompiuto. Oggi, con Roberto Fico alla guida della Regione, l’auspicio è che quel percorso riprenda forma. I 15 milioni già stanziati – inizialmente erogati direttamente alla Chiesa per evitare complicazioni procedurali – potrebbero invece confluire in un accordo più strutturato, capace di includere il masterplan completo, le funzioni sociali, gli accordi di collaborazione con la cittadinanza, e osservatori regionali su beni comuni, devianze sociali e cyberbullismo. Nessun altro capoluogo di provincia in Campania dispone di 33 ettari nel cuore della città. Il problema, ha sottolineato Zito, non sono i fondi. Sono i progetti. E i progetti, quel pomeriggio, non mancavano.
Dall’illecito costituente di Villa Giaquinto ai 33 ettari della Chiesa: Caserta prova a costruire un modello. Resta da vedere se le istituzioni sapranno tenergli il passo.