Il vero a colpi di macchia: arte e impegno nell’Ottocento italiano

A Palazzo Reale di Milano, dal 3 febbraio al 14 giugno 2026, una grande mostra ripercorre la rivoluzione pittorica dei Macchiaioli, protagonisti dell’arte italiana dell’Ottocento

La luce dell’Italia ottocentesca rivive a Palazzo Reale, Milano rende così giustizia ai Macchiaioli, protagonisti silenziosi – e per troppo tempo in ombra – della grande pittura dell’Ottocento italiano. La mostra è una vera immersione in quella rivoluzione della rappresentazione del vero che, ben prima degli Impressionisti, ruppe con l’accademismo attraverso la “macchia”: luce, colore e verità del reale fissati nell’istante. Eppure i Macchiaioli sono stati a lungo surclassati e marginalizzati, oscurati da correnti più celebrate e da narrazioni storico-artistiche poco generose. Riscoprirli oggi significa restituire centralità a un laboratorio visivo che ha raccontato con intensità la vita militare, il paesaggio, il popolo, l’Italia che nasceva. Suggestivo – per chi ama i dialoghi tra arti – il rimando al mondo viscontiano. In Senso e nel Gattopardo di Visconti ci sono le tavolozze di Giovanni Fattori. Emblematico (o almeno è piaciuto a me), nel percorso espositivo, il grande dipinto “La Verità (Veritas)” di Luigi Mussini.

Secondo Giuseppe Girgenti, professore di storia della filosofia antica presso UniSR, la composizione simbolica appare costruita secondo una precisa architettura del sapere. Sulla sinistra domina sant’Agostino, che con una mano indica la Verità, mentre con l’altra battezza una giovane ragazza nera, figura allegorica di colei che non sa e che proprio nella fede trova accesso alla conoscenza. Accanto a lui si dispiega il mondo della filosofia antica con Aristotele, glabro e senza barba, che è affiancato da Alessandro Magno con la spada; seguono Socrate, avvolto nel mantello giallo, e Platone con tunica verde, vicino a una figura che può essere identificata con Confucio, richiamo alla sapienza orientale. Poco oltre, il poeta coronato d’alloro -verosimilmente Omero -sembra fare da contraltare, sul piano della poesia, alla grande tradizione filosofica; alle sue spalle potrebbero trovarsi Fidia o Policleto, e forse Zeusi (o Parrasio), a rappresentare l’eccellenza dell’arte figurativa greca. All’estrema sinistra compaiono Girolamo Savonarola e Dante, quest’ultimo in dialogo ideale proprio con Omero, a unire classicità e cristianità nella linea della grande poesia. La scena si apre poi al sapere scientifico: sono riconoscibili gli scienziati della rivoluzione astronomica -Copernico, Galileo, Keplero, Newton -mentre la figura inginocchiata dovrebbe essere Tolomeo. L’uomo che indica il globo è plausibilmente Cristoforo Colombo, simbolo della scoperta dell’Occidente e dell’ampliamento geografico del mondo conosciuto. All’estrema destra, un autore antico intento a scrivere -forse Erodoto -incarna la nascita della storiografia, mentre la figura incappucciata richiama Giordano Bruno.

Sempre sulla destra si scorge anche Pascal, che rilegge in modo nuovo il rapporto tra fede e ragione, ponendosi idealmente in dialogo -e in tensione -con Agostino. Nel complesso, il dipinto sembra organizzato secondo una grande sintesi simbolica. Da un lato l’età antica, intesa come ricerca della verità attraverso arte e filosofia; dall’altro la scienza moderna; al centro, il nodo cruciale del rapporto tra fede e ragione, incarnato da Agostino e Pascal. Confucio rappresenta l’orizzonte della sapienza orientale, Colombo l’apertura dell’Occidente al mondo: una vera e propria allegoria universale del cammino umano verso la conoscenza.

Alcune foto scattate durante la Mostra