Ci sono ferite culturali che non sanguinano, ma consumano lentamente l’identità di un territorio. Il clamoroso recupero e la successiva esecuzione, avvenuta anni fa in occasione dei Festeggiamenti del SS. Crocifisso, della Romanza “Io vi lascio amate sponde”, capolavoro ottocentesco del compositore marcianisano Gaetano Santoro, rischiano oggi di ridursi a un isolato esercizio di nostalgia. Lo denuncia lo storico marcianisano Donato Musone, che inserì la romanza nel suo libro “Storia civile di Marcianise (dal 1799 all’Unità d’Italia)“, pubblicato nel 2010 nella collana Risvegli Culturali. Nonostante lo sforzo profuso in prima persona dallo studioso per strappare lo spartito del 1836 dall’oblio del Conservatorio “Verdi” di Milano, la realtà odierna restituisce un verdetto impietoso, della romanza di Santoro, così come della complessiva e ricchissima storia culturale di Marcianise, oggi non vi è quasi più traccia nella divulgazione pubblica quotidiana e scolastica della città.
L’atto d’accusa più severo ricade inevitabilmente sulle istituzioni scolastiche del territorio. La scuola, che per definizione dovrebbe operare come custode e tramandatrice della memoria locale, per certi versi sembra non essere sempre in linea con il compito di raccontare ai giovani le proprie origini. Schiacciata da programmi ministeriali rigidi e da una progressiva burocratizzazione, l’aula scolastica non sempre è in grado di interessarsi appieno al patrimonio storico “sotto casa”. Spesso i ragazzi crescono con veri e propri vuoti identitari, ignorando che le strade che calpestano ogni giorno hanno dato i natali a espressioni artistiche di respiro nazionale, capaci di codificare, come nel caso della romanza di Santoro, il dramma universale ed eternamente attuale dell’emigrazione.
Anche la toponomastica (o l’odonomastica), nel suo profondo significato, viene spesso ignorata. Si dimenticano così le pagine di storia che le donne e gli uomini illustri hanno scritto nel corso della loro esistenza, prima ancora che i loro nomi venissero incisi sulle targhe stradali.
A questo silenzio istituzionale si sovrappone, in una tempesta perfetta, una radicale mutazione antropologica dei giovanissimi. Gli adolescenti di oggi mostrano una profonda e diffusa ritrosia verso tutto ciò che appartiene alla cultura del passato, percepito come un fardello obsoleto e privo di utilità pratica. Questa totale disconnessione temporale è stata ampiamente decodificata dalla sociologia contemporanea. Il grande sociologo di rilievo internazionale Zygmunt Bauman, teorizzatore della “società liquida”, ha spiegato come la modernità tecnologica abbia abituato le nuove generazioni a consumare relazioni, messaggi e contenuti in modo frenetico e decontestualizzato. Nelle dinamiche della “liquidità”, l’adolescente tende a cancellare il passato, vivendo confinato in un “eterno presente” dominato dall’immediatezza dello schermo digitale. Quando la dimensione temporale si riduce all’istante di un contenuto social, la memoria storica perde il suo valore di orientamento.
Ben consapevoli di tali trasformazioni, gli sviluppatori e gli esperti di tecnologia hanno creato e diffuso Reel e video brevi, studiati appositamente per catturare l’attenzione nei pochi secondi necessari alla loro visione. Questo meccanismo rende gli utenti dipendenti da un’irrefrenabile voglia di consumare un contenuto dopo l’altro, portandoli talvolta a disconnettersi dalla realtà circostante. Il fenomeno interessa moltissimo i giovani, ma si è fatto largo anche tra le generazioni più mature. Basta guardarsi intorno per vedere persone a capo chino che osservano e scrollano lo schermo al ristorante, al bar con gli amici o in fila alla posta. Soprattutto, è diventato tristemente “normale” guidare auto, moto o biciclette rivolgendo lo sguardo non alla strada, ma allo smartphone.
Sulla stessa linea, le analisi del filosofo e sociologo Umberto Galimberti sul nichilismo giovanile mettono in luce come la nostra cultura abbia progressivamente “tolto il futuro” ai ragazzi, trasformandolo da promessa a minaccia. Di conseguenza, privati di una prospettiva futura, spesso i giovanissimi faticano a trovare un senso profondo anche nel passato: se non esiste un domani da costruire, a cosa serve studiare e preservare l’ieri? Il sacrificio e la complessità di una romanza lirica del 1836 vengono così respinti a favore di stimoli immediati e anestetizzanti.
Il caso di Gaetano Santoro a Marcianise diventa, in questo modo, lo specchio di una crisi globale. Lamentare la mancata divulgazione di un’opera non è un mero puntiglio accademico, ma la denuncia di una frattura generazionale. Si auspica, per il futuro, la stesura di programmi scolastici che tengano in maggior considerazione le vicende culturali e storiche dei territori, dando risalto alle origini delle comunità locali per evitare che l’oblio spenga la mente dei loro stessi figli.
TESTO della Romanza scritta da Gaetano Santoro il 25 dicembre 1836 a Marcianise.
“Io vi lascio amate sponde”
Io vi lascio amate sponde
ove tanto fui felice
ma partendo il cor mi dice
che fra voi ritornerò
questa speme lusinghiera
sol da te qual mio dolore
io vi lascio in pegno il core
che fra voi ritornerò
Io vi lascio in pegno il core
che fra voi ritornerò
Cari amici chè compagni
foste ognor dè miei contenti
Io vi lascio per momenti
Ma fra voi ritornerò
Benchè lungi in ogni istante
voi sarete al mio pensiero
vi saluto e solo io spero
che fra voi ritornerò
Vi saluto e solo io spero
che fra voi ritornerò.