Legge elettorale. Un disegno per allontanare i cittadini ancora di più dalla partecipazione democratica

Una legge elettorale costruita su misura che allontana ancora di più i cittadini dalla democrazia

La nuova legge elettorale che la destra sta confezionando nel chiuso di riunioni riservate viene presentata come un ritorno al proporzionale, ma ne tradisce completamente lo spirito. Il proporzionale dei costituenti non prevedeva premi di maggioranza né liste bloccate, e non deformava la volontà degli elettori. Qui accade l’opposto: si ripropongono meccanismi già giudicati incompatibili con la Costituzione e se ne aggiungono altri che concentrano il potere nelle mani di chi vince, fino a incidere sull’elezione del Presidente della Repubblica, sulla composizione del CSM e perfino sulla dichiarazione dello stato di guerra. È un assetto che altera gli equilibri istituzionali e avvicina il sistema a un premierato di fatto, aggirando la Carta senza dichiararlo apertamente.
Il premio di maggioranza previsto dalla proposta è l’esempio più evidente della distorsione. Basterebbe il 40 per cento dei voti per ottenere almeno il 55 per cento dei seggi. Una soglia che, in un Parlamento ridotto, garantirebbe a una minoranza relativa un controllo assoluto. È difficile immaginare un meccanismo più lontano dal principio di rappresentatività che la Corte costituzionale ha più volte richiamato. A questo si aggiunge l’eliminazione dei collegi uninominali, scelta che risponde a una logica semplice: evitare che gli elettori possano giudicare direttamente i candidati. La selezione torna nelle mani delle segreterie, che potranno decidere chi eleggere senza passare dal vaglio del territorio.
Lo sfregio più grave riguarda però la ridefinizione dei collegi. Un tempo esistevano criteri chiari e una commissione tecnica incaricata di garantire equilibrio e imparzialità. Oggi si assiste a un’operazione che ricorda le peggiori pratiche americane del gerrymandering, dove i confini elettorali vengono disegnati per favorire il partito al potere. È una deriva che negli Stati Uniti ha già prodotto conflitti istituzionali e proteste clamorose, e che ora rischia di attecchire anche da noi.
Tutto questo avviene in un Paese che ha cambiato quattro leggi elettorali in trent’anni, due delle quali dichiarate incostituzionali. In nessuna democrazia consolidata si assiste a una simile instabilità normativa. Le regole del voto non si riscrivono a ogni tornata sulla base dei sondaggi o delle convenienze del momento. Eppure è esattamente ciò che sta accadendo: si modifica il sistema per blindare una maggioranza incerta, non per rafforzare la democrazia.
Il risultato è un ulteriore allontanamento dei cittadini dalle urne. La partecipazione è già crollata a livelli allarmanti e la sensazione che le norme siano fatte a uso e consumo di una parte non può che aggravare la sfiducia. La democrazia vive di regole condivise, non di scorciatoie. Vive di rappresentanza, non di artifici tecnici. Vive di trasparenza, non di operazioni notturne.
Per questo è necessario che l’opposizione alzi la voce e che il dibattito pubblico torni a occuparsi seriamente delle regole del gioco. Non per difendere un passato ideale, ma per impedire che il futuro della democrazia italiana venga piegato a interessi di parte. Una legge elettorale non è mai un dettaglio tecnico: è il modo in cui un Paese decide chi lo rappresenta. E quando si manipola questo meccanismo, si manipola la sostanza stessa della democrazia.