Platone, i miti e la P4C. Intervista ad Alessandro Volpone

I racconti di Platone attraversano questioni universali, che riguardano la conoscenza, il desiderio, le scelte e la convivenza. Per Alessandro Volpone, storico e filosofo della scienza e presidente del CRIF, Centro di Ricerca sull’Indagine Filosofica, il loro valore educativo risiede anche nella possibilità di trasformarli in occasioni di indagine dialogica, in cui imparare ad argomentare, ascoltare e rivedere i propri giudizi.

Che cosa può ancora dirci un mito platonico? E in che modo un racconto antico può diventare uno strumento per interrogare il nostro presente, le nostre convinzioni e il modo in cui costruiamo relazioni con gli altri? Sono domande che acquistano un significato particolare quando si incontrano la filosofia antica e la Philosophy for Children, Community and Citizenship. Il mito, infatti, non si esaurisce nella ricerca di un significato definitivo. La sua ricchezza consiste anche nella possibilità di aprire prospettive differenti, mettere in discussione ciò che consideriamo ovvio e sollecitare un confronto tra interpretazioni.

È in questa direzione che si colloca il corso di formazione Platone, i miti e la P4C, promosso dal CRIF.  Un percorso che invita a riconoscere nella narrazione platonica non soltanto un patrimonio della tradizione filosofica, ma anche un terreno comune sul quale esercitare il pensiero critico e la ricerca condivisa.

Alessandro Volpone, che insegna Storia della psicologia all’Università di Urbino e Storia della scienza e dell’innovazione tecnologica all’Università Pegaso, si occupa di storia ed epistemologia delle scienze della vita e umane, di pensiero evoluzionistico, logica e teoria dell’argomentazione. Le sue ricerche comprendono inoltre l’epistemologia delle pratiche filosofiche e le loro applicazioni in ambito educativo e formativo. Nel suo lavoro, la riflessione teorica si intreccia con l’esperienza della Philosophy for Children e Community, intesa come pratica di dialogo e ricerca condivisa.

Gli abbiamo chiesto di soffermarsi sulle ragioni per cui i miti di Platone possono parlare a insegnanti di ogni disciplina, sul rapporto tra apertura interpretativa e confronto filosofico e sulle possibilità che nascono dall’incontro tra narrazione e comunità di ricerca.

Se dovessi scegliere una sola ragione per cui un insegnante dovrebbe partecipare al corso, quale indicheresti?

Indicherei l’universalità delle questioni che i miti ci invitano ad affrontare. Conoscere, scegliere, desiderare, vivere insieme, confrontarsi con i propri limiti sono esperienze che riguardano tutti e attraversano i confini delle discipline. Per questo il corso può interessare chi insegna materie umanistiche, scientifiche o tecnologiche. Nei miti platonici ciascuno può trovare occasioni per interrogare i presupposti e il significato del proprio sapere.

Che cosa distingue una conoscenza fondata da una semplice convinzione? Quale rapporto c’è tra sapere e responsabilità? Come valutiamo le conseguenze delle nostre scelte? La pratica filosofica di comunità consente di esplorare insieme queste domande, coltivando la capacità di argomentare, ascoltare e rivedere i propri giudizi. Partecipare significa dunque fare esperienza di una ricerca condivisa che può arricchire l’insegnamento di qualsiasi disciplina e aiutare gli studenti a collegare ciò che apprendono alle questioni della vita.

Un mito non offre necessariamente una risposta univoca. È proprio questa apertura a renderlo filosoficamente interessante?

Sì, perché questa apertura invita a esplorare significati differenti e a confrontare le ragioni delle nostre interpretazioni. Un mito è filosoficamente interessante perché può mettere in tensione significati, scelte e conseguenze, chiedendoci di prendere posizione e di darne ragione.

Nella caverna platonica, per esempio, possiamo interrogarci sia sulla difficoltà di riconoscere i limiti delle nostre convinzioni, sia sulla responsabilità di chi ritiene di aver compreso qualcosa e torna a confrontarsi con gli altri. Queste domande si alimentano reciprocamente. Il contesto del dialogo aiuta a cogliere la ricchezza del racconto, mentre il confronto con le nostre esperienze può far emergere interrogativi ulteriori.

L’apertura del mito si alimenta dell’incontro. Persone diverse vi riconoscono problemi e possibilità differenti, che la ricerca condivisa permette di esplorare e approfondire insieme.

Quale rapporto c’è, secondo te, tra il mito e la Philosophy for Community?

Il rapporto passa, a mio avviso, dalla possibilità di interrogare le rappresentazioni attraverso cui comprendiamo noi stessi, gli altri e il mondo. Un mito mette in scena un certo ordine delle cose, attribuisce ruoli, suggerisce valori, presenta possibilità e limiti dell’agire umano. La Philosophy for Children e Community può aiutarci a rendere visibili questi presupposti, spesso impliciti, e a discuterli insieme.

Possiamo chiederci, per esempio, quale idea di giustizia sostenga un racconto, quali voci vi trovino spazio e quali conseguenze derivino dalle scelte dei protagonisti. In questo incontro, anche il nostro modo di leggere diventa oggetto di ricerca. Perché un’immagine ci persuade? Che cosa diamo per scontato?

Il mito offre così alla comunità un’occasione per esercitare insieme immaginazione e responsabilità del pensiero. Nell’antichità, raccontare e ascoltare miti contribuiva ad alimentare i legami della comunità. Nella P4C di oggi, la forza della narrazione si intreccia con la riflessione critica e la cura delle relazioni. L’indagine dialogica dà spazio tanto alle idee quanto alle persone che le mettono in gioco. La grande tradizione umana dell’oralità ne esce rinnovata nelle sue forme di espressione.

Per info e iscrizioni

http://www.filosofare.org/crifp4c/corso-platone-miti-la-philosophy-for-community/