E se distruggere il creato fosse anche un peccato? La domanda, che fino a qualche tempo fa sarebbe sembrata confinata alla riflessione teologica, assume oggi un significato concreto, dal momento che la Commissione Teologica Internazionale, in un documento pubblicato con l’autorizzazione di Papa Leone XIV, propone di parlare di «peccato contro il creato e contro il Creatore». Non si tratta semplicemente di aggiungere una nuova colpa all’elenco dei comportamenti moralmente censurabili, quanto piuttosto di riconoscere che il modo in cui l’uomo tratta l’ambiente riguarda la sua relazione con gli altri esseri umani e con le generazioni future, poiché la distruzione degli ecosistemi, oltre a compromettere l’equilibrio naturale, incide sulla salute, sull’economia, sulla disponibilità di acqua e di cibo e, in definitiva, sulle condizioni materiali della vita. La novità di questa impostazione consiste dunque nel sottrarre la questione ambientale alla sola dimensione tecnica, nella quale per decenni è stata prevalentemente collocata, per ricondurla a quella responsabilità morale che emerge quando una società, pur conoscendo le conseguenze delle proprie scelte, continua a perseguire modelli di produzione e di consumo destinati ad aggravare il problema.
Gli ultimi anni hanno reso evidente quanto sia difficile considerare il cambiamento climatico una minaccia futura. La successione di temperature eccezionali, che ha caratterizzato il periodo più recente, non può essere interpretata come una semplice serie di anomalie meteorologiche, perché ciò che sta cambiando è la condizione di fondo nella quale si sviluppano i fenomeni atmosferici. L’aumento della temperatura media globale, determinato soprattutto dall’accumulo dei gas serra prodotti dall’attività umana, sta infatti modificando il funzionamento del sistema climatico, mentre gli oceani assorbono una parte enorme del calore in eccesso, i ghiacci arretrano, il livello dei mari cresce e molte aree del pianeta diventano più esposte a ondate di calore, siccità, precipitazioni estreme e incendi.
La questione più preoccupante non consiste quindi soltanto nel fatto che vengano stabiliti nuovi record, ma nella possibilità che ciò che oggi consideriamo eccezionale diventi progressivamente la nuova normalità. Quando una temperatura estrema si presenta con maggiore frequenza, quando una stagione secca si prolunga oltre i livelli abituali o quando precipitazioni molto intense si concentrano in poche ore, gli effetti non rimangono confinati all’ambiente, poiché finiscono per ripercuotersi sulla produzione agricola, sui prezzi degli alimenti, sulla disponibilità di acqua, sulla salute pubblica e sulle infrastrutture, costringendo gli Stati a sostenere costi crescenti per adattare territori che erano stati progettati sulla base di condizioni climatiche ormai superate.
Anche la soglia degli 1,5 gradi rispetto all’epoca preindustriale, assunta dalla comunità internazionale come riferimento per contenere i rischi più gravi, appare sempre più difficile da rispettare, ma la crescente probabilità di oltrepassarla non può diventare un alibi per rinunciare alla riduzione delle emissioni, poiché ogni frazione di grado evitata comporta una diminuzione dei danni futuri. La differenza tra un mondo più caldo di un grado e mezzo e uno significativamente più caldo non è infatti soltanto una questione numerica, perché ogni ulteriore aumento della temperatura amplia il numero delle persone esposte agli eventi estremi, aumenta la pressione sugli ecosistemi e rende più difficile l’adattamento delle società.
Il cambiamento climatico, inoltre, non può essere separato dalle tensioni geopolitiche che attraversano il presente. Le guerre, oltre a provocare morte e distruzione, devastano territori, danneggiano infrastrutture, contaminano suolo e acqua e compromettono la produzione agricola, mentre l’enorme quantità di energia necessaria per alimentare gli apparati militari e per ricostruire ciò che viene distrutto contribuisce ulteriormente alla pressione esercitata sull’ambiente. In un mondo nel quale acqua, energia, terre fertili e materie prime assumono un’importanza strategica crescente, il deterioramento delle condizioni climatiche può inoltre accentuare conflitti già esistenti, alimentando migrazioni, instabilità politica e competizione per risorse sempre più preziose.
È significativo, in questo quadro, che Leone XIV abbia richiamato, nel suo messaggio dedicato alla cura del creato, l’immagine biblica delle spade trasformate in strumenti agricoli, poiché essa può essere letta come l’auspicio di una diversa destinazione delle risorse che oggi vengono impiegate nella distruzione. In una fase nella quale gli Stati aumentano le spese militari e una parte crescente delle risorse economiche viene assorbita dal riarmo, diventa infatti difficile ignorare la contraddizione rappresentata dalla necessità, contemporaneamente proclamata, di investire nella sicurezza climatica, nella prevenzione del dissesto, nella ricerca e nella transizione energetica. La sicurezza, se vuole essere realmente tale, non può essere ridotta alla capacità di difendersi militarmente, dal momento che un territorio privo di acqua, esposto a eventi estremi e incapace di garantire cibo ed energia ai propri abitanti è anch’esso un territorio vulnerabile.
Resta poi la questione della responsabilità, che non può essere affrontata limitandosi a richiamare i comportamenti individuali. Ridurre gli sprechi, consumare meno energia e modificare le proprie abitudini rappresenta certamente una componente importante della transizione, ma sarebbe illusorio attribuire al singolo cittadino un peso equivalente a quello esercitato dai grandi sistemi industriali, energetici e finanziari. Proprio per questo assume rilievo la riflessione della Commissione Teologica Internazionale sulle cosiddette strutture di peccato, attraverso la quale la responsabilità viene estesa ai meccanismi economici e sociali che rendono possibile e spesso conveniente un consumo crescente delle risorse, trasferendo una parte dei costi ambientali sulla collettività e sulle generazioni che non hanno ancora la possibilità di partecipare alle decisioni.
La transizione ecologica dovrà quindi essere necessariamente strutturale, perché non sarà sufficiente modificare alcune abitudini se non verranno trasformati i sistemi energetici, produttivi e urbani. Occorrerà accelerare lo sviluppo delle fonti rinnovabili, rendere più efficienti le reti elettriche e gli edifici, rafforzare il trasporto pubblico e ridurre la dipendenza dai combustibili fossili, intervenendo nello stesso tempo sulla tutela delle foreste, dei suoli, delle zone umide e degli oceani, che svolgono una funzione essenziale nel mantenimento degli equilibri naturali. Poiché una parte del cambiamento climatico è ormai inevitabile, sarà inoltre necessario investire nell’adattamento, rendendo le città più resistenti alle ondate di calore e alle precipitazioni intense, migliorando la gestione dell’acqua e predisponendo infrastrutture adeguate a condizioni climatiche che non sono più quelle del passato.
Tutto questo avrà un costo, ma il costo dell’inazione potrebbe essere enormemente superiore, soprattutto se si considera che le conseguenze economiche e sociali della crisi climatica ricadono in misura maggiore sulle fasce più vulnerabili. Per questa ragione la transizione non può essere concepita come una sequenza di sacrifici imposti ai cittadini, ma come una politica capace di distribuire equamente costi e benefici, sostenendo le famiglie maggiormente esposte, accompagnando la riconversione industriale, proteggendo il lavoro e favorendo gli investimenti nella ricerca e nell’innovazione.
La questione ambientale conduce così a una riflessione più ampia sul modello di sviluppo che abbiamo costruito. Per decenni il progresso è stato associato alla crescita continua della produzione e dei consumi, come se l’aumento indefinito della ricchezza materiale potesse procedere indipendentemente dai limiti fisici del pianeta. Oggi questa convinzione mostra le proprie contraddizioni, perché un sistema fondato sull’idea che le risorse siano inesauribili entra inevitabilmente in crisi quando deve confrontarsi con la finitezza del mondo naturale. La sobrietà, intesa non come impoverimento ma come capacità di distinguere ciò che migliora realmente la qualità della vita da ciò che produce soltanto consumo di risorse, potrebbe allora diventare una delle condizioni necessarie per ripensare il rapporto tra benessere e crescita.
La parola «peccato», inserita in questo dibattito, acquista quindi un significato che va oltre la dimensione strettamente religiosa. Essa richiama l’idea di una responsabilità che nasce dalla consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni e che diventa tanto più grave quanto maggiore è la capacità di evitarle. Se la scienza mostra ciò che sta accadendo al clima, se l’economia può misurare i costi della transizione e quelli dell’inazione e se la politica possiede gli strumenti per orientare le scelte collettive, la morale pone una domanda ulteriore, che riguarda il rapporto con coloro che ancora non possono difendersi dalle conseguenze delle nostre decisioni.
La Terra non è soltanto il luogo nel quale viviamo, ma la condizione stessa che rende possibile la nostra esistenza. Considerarla una riserva inesauribile significa ignorare un limite che, prima o poi, si manifesta attraverso la scarsità dell’acqua, il deterioramento degli ecosistemi, l’aumento delle temperature e la crescente instabilità dei territori. Parlare di peccato contro il creato significa allora riconoscere che esiste qualcosa che non possiamo consumare senza conseguenze e che il diritto al benessere della nostra generazione non può cancellare quello delle generazioni future.
La crisi climatica non riguarda più soltanto il clima, perché riguarda il modo in cui intendiamo il progresso, il rapporto tra ricchezza e responsabilità, la distribuzione delle risorse e la possibilità stessa di immaginare un futuro. La domanda decisiva non è più soltanto quanto aumenteranno le temperature, ma quale società saremo capaci di costruire mentre il pianeta cambia.