Quando la fisica interrogava Dio. L’eredità di Zichichi

La morte di Antonino Zichichi segna la fine di una stagione della scienza italiana che aveva ancora il coraggio della parola pubblica, dell’intervento culturale, della sfida intellettuale condotta fuori dai laboratori. Con lui scompare non soltanto un fisico teorico di fama internazionale, ma una figura capace di abitare il dibattito civile con una postura ormai rara, quella dello scienziato che non teme di interrogarsi sul destino ultimo dell’uomo, sul senso del cosmo, sul rapporto tra verità scientifica e verità religiosa. Zichichi è stato, nel bene e nel dissenso che spesso suscitava, un protagonista assoluto. Nato a Trapani nel 1929, formatosi nella grande stagione della fisica del dopoguerra, collaborò con alcuni dei nomi più rilevanti della ricerca mondiale e contribuì allo sviluppo della fisica delle particelle. Fondò il Centro di Cultura Scientifica “Ettore Majorana” di Erice, trasformando la cittadina siciliana in un crocevia internazionale di scienziati, premi Nobel, ricercatori provenienti da ogni parte del mondo. Erice divenne, grazie a lui, un laboratorio non solo scientifico ma anche diplomatico, uno spazio di dialogo durante gli anni più tesi della Guerra fredda. Ma ridurre Zichichi al solo profilo accademico significherebbe non coglierne la cifra più profonda. La sua figura si è progressivamente imposta nel dibattito pubblico italiano per una posizione netta e controcorrente sul rapporto tra scienza e fede. In un contesto culturale spesso segnato da contrapposizioni ideologiche, egli ha sostenuto con forza l’idea che non esista alcuna incompatibilità tra l’indagine scientifica e la visione cristiana del mondo. Per Zichichi, la scienza descrive il come dell’universo, la fede ne illumina il perché. Non si tratta, nella sua prospettiva, di ambiti sovrapposti o concorrenti, ma di piani distinti e complementari. La razionalità scientifica, portata alle sue estreme conseguenze, non elimina il mistero, semmai lo rende più vertiginoso. L’ordine matematico del cosmo, la precisione delle leggi fisiche, la struttura intelligibile della materia erano per lui indizi di una razionalità creatrice.

Questa impostazione lo collocava in una linea di pensiero che, pur non priva di critiche nel mondo accademico, affondava le radici in una lunga tradizione, da Galileo a Pascal, fino a Georges Lemaître, il sacerdote fisico teorico padre della teoria del Big Bang. Zichichi amava ricordare come molti protagonisti della rivoluzione scientifica fossero credenti e come la nascita stessa della scienza moderna fosse avvenuta in un contesto culturale plasmato dal cristianesimo. Le sue prese di posizione, espresse con tono spesso polemico, miravano soprattutto contro quello che definiva scientismo, ossia la trasformazione della scienza in ideologia totalizzante. A suo giudizio, quando la scienza pretende di rispondere alle domande ultime sull’uomo, sulla libertà, sul bene e sul male, esce dal proprio metodo e si trasforma in filosofia implicita, talvolta in metafisica inconsapevole. Non meno rilevante era la sua difesa della centralità dell’uomo. In anni in cui alcune correnti culturali tendevano a ridimensionare la specificità umana dentro l’orizzonte evolutivo e cosmico, Zichichi insisteva sul carattere unico dell’intelligenza umana, capace di leggere le leggi dell’universo. Il fatto che la mente potesse comprendere la struttura matematica del reale costituiva, per lui, uno dei segni più affascinanti della dignità dell’uomo.

Queste convinzioni trovarono espressione in una vasta produzione saggistica, destinata non soltanto agli specialisti ma al grande pubblico. Zichichi fu infatti un instancabile divulgatore. Tra i suoi testi più noti va ricordato Il vero e il falso, in cui affronta alcuni dei grandi equivoci della cultura contemporanea, dalla lettura ideologica di Darwin al rapporto tra caso e necessità. Il libro ebbe ampia risonanza proprio per la sua volontà di smontare luoghi comuni considerati intoccabili. Un’altra opera significativa è Perché io credo in Colui che ha fatto il mondo, titolo che già rivela la cifra personale del suo pensiero. Qui Zichichi intreccia autobiografia intellettuale e riflessione filosofica, raccontando come la sua esperienza di scienziato lo abbia condotto non all’ateismo ma a una fede più consapevole. La scienza, lungi dal dissolvere Dio, ne renderebbe più plausibile l’esistenza. Importante anche L’infinito, testo in cui affronta uno dei concetti più affascinanti e vertiginosi della fisica e della metafisica. L’infinito matematico, l’infinito cosmico e l’infinito teologico si intrecciano in una riflessione che tenta di tenere insieme rigore scientifico e apertura spirituale. Non si può poi dimenticare Galilei, divin uomo, opera in cui Zichichi difende la figura dello scienziato pisano da quelle che riteneva distorsioni storiografiche. La vicenda del processo a Galileo, spesso letta come simbolo del conflitto irriducibile tra Chiesa e scienza, viene reinterpretata in chiave più complessa, sottolineando responsabilità diffuse e semplificazioni ideologiche successive. La sua produzione è vasta e attraversa temi che vanno dalla fisica subnucleare alla cosmologia, dalla filosofia della scienza alla teologia naturale. Sempre però con uno stile riconoscibile, diretto, talvolta a dire il vero assertivo, pensato per incidere nel dibattito pubblico più che per rifugiarsi nella prudenza accademica.

Proprio questo stile gli attirò critiche. Parte della comunità scientifica gli rimproverava semplificazioni, forzature apologetiche, uso pubblico della scienza per sostenere tesi religiose. Ma anche il dissenso testimonia la sua incidenza. Zichichi non è mai stato irrilevante. Le sue posizioni obbligavano a prendere posizione, a discutere, a chiarire i confini tra saperi. Nel panorama italiano, spesso segnato da una separazione rigida tra cultura scientifica e umanistica, egli ha rappresentato una figura di frontiera. Parlava di quark e di Vangeli, di acceleratori di particelle e di creazione, convinto che la frammentazione del sapere fosse uno dei mali della modernità. La sua attività istituzionale e culturale è stata altrettanto intensa. Ha promosso incontri tra scienziati di paesi in conflitto, sostenuto programmi di cooperazione internazionale, difeso il valore educativo della scienza tra i giovani. La fondazione Ettore Majorana rimane una delle sue eredità più tangibili, luogo in cui generazioni di studiosi si sono incontrate superando barriere politiche e ideologiche.

Con la sua scomparsa resta una domanda che attraversa tutta la sua opera. È davvero possibile pensare la scienza senza interrogarsi sul senso ultimo del reale. Zichichi rispondeva di no. Riteneva che la meraviglia scientifica conducesse naturalmente a una domanda metafisica. Non imponeva la fede come conclusione obbligata, ma la considerava una risposta razionalmente legittima. In un tempo in cui il dibattito pubblico oscilla tra fideismi antiscientifici e scientismi dogmatici, la sua voce, pur divisiva, aveva il merito di cercare un ponte. Un ponte imperfetto, discutibile quanto si vuole, ma forse necessario.