Ci sono guerre e guerre, ci sono guerre di serie A e guerre di serie B, ci sono guerre di grande impatto mediatico e guerre dimenticate. Una di queste ultime è in Sudan. Alzi la mano chi ne ha mai sentito parlare. Eppure c’è e si tratta di un violento conflitto civile scoppiato il 15 aprile 2023. Nonostante sia definita dalle Nazioni Unite come la più grave crisi umanitaria del pianeta, riceve una minima attenzione non solo in Italia, ma da tutti i media internazionali rispetto ad altri conflitti globali.
Questa guerra è una lotta di potere interna all’apparato militare tra due fazioni precedentemente alleate nella deposizione del dittatore Omar al-Bashir: la SAF (Sudanese Armed Forces), l’esercito regolare guidato dal generale Abdel Fattah al-Burhan e la RSF (Rapid Support Forces), potenti milizie paramilitari guidate da Mohamed Hamdan Dagalo.
In quasi tre anni di combattimenti, la situazione ha raggiunto livelli drammatici: le vittime si stimano in almeno a 150.000 morti, con denunce di pulizia etnica e genocidio, specialmente nella regione del Darfur. Oltre 13 milioni di persone hanno abbandonato le proprie case, creando la più grande crisi di sfollamento al mondo, circa 8,5 milioni di persone sono a rischio imminente di carestia, con centinaia di migliaia di bambini gravemente malnutriti. Ma perché questa guerra è dimenticata? Più che altro per fattori geopolitici e mediatici. Al momento attuale l’attenzione dell’Occidente è polarizzata su altri fronti (come Ucraina e Iran), lasciando il Sudan in un cono d’ombra. Inoltre il blocco delle comunicazioni e i pericoli sul campo rendono estremamente difficile per i giornalisti documentare le atrocità in corso. Ma qual è il ruolo della religione in questa guerra? Diciamo subito che la religione non è la causa primaria del conflitto attuale (che è una lotta di potere tra due generali), ma viene usata come strumento di propaganda e divide le parti su come lo Stato debba essere governato. E diciamo pure che entrambe le parti in causa sono di religione musulmana. L’esercito, sostenuto dai fedelissimi dell’ex dittatore Omar al-Bashir e dai movimenti islamisti (vicini ai Fratelli Musulmani) spinge per uno Stato teocratico basato sulla Sharia (la legge islamica). Le milizie paramilitari del RSF, pur essendo anch’esse musulmani, si presentano (spesso solo per opportunismo politico) come una forza più “secolare” o pragmatica, dichiarando di voler combattere il “radicalismo islamico” dell’esercito per ottenere il favore delle potenze occidentali e di alcuni vicini arabi.
Dunque, sebbene quasi tutti i combattenti nel Darfur siano musulmani, la religione non ferma i massacri. Qui il conflitto è etnico, la fede comune non funge da collante, perché l’identità tribale e il controllo della terra prevalgono sulla fratellanza religiosa, anche la minoranza cristiana (circa il 3-5% della popolazione) subisce gli effetti del conflitto, diverse chiese a Khartoum e Omdurman sono state bombardate, occupate o trasformate in basi militari da entrambe le parti.
Visto che entrambe le fazioni in lotta si dichiarano musulmane, vediamo cosa dice il Corano a proposito della guerra. Il testo sacro affronta il tema con un approccio pragmatico e regolamentato, non pacifista in senso assoluto, ma nemmeno volto alla violenza gratuita. Il principio base è che la guerra è permessa solo per rispondere a un’aggressione o a un’oppressione. Dice il testo sacro: “Combattete per la causa di Dio quelli che vi combattono, ma non eccedete, poiché Dio non ama gli eccessi” (Sura II, v. 190). La guerra pertanto è vista come un “male necessario”. Il Corano, e la successiva tradizione del Profeta (detta Sunna) stabiliscono regole rigide contro la “guerra totale”: in particolare è vietato uccidere donne, bambini, anziani e monaci nei loro luoghi di culto. È vietato distruggere alberi, coltivazioni o uccidere bestiame se non per stretto sostentamento. L’etica coranica impone di rispettare la vita dei non combattenti e la pace prevale sempre sulla guerra. Se il nemico interrompe le ostilità, il musulmano è obbligato a fermarsi: “Se inclinano alla pace, inclina anche tu ad essa” (Sura VIII, v. 61). In ogni caso, non è permesso continuare a combattere se l’avversario chiede una tregua o si arrende. Il concetto di Jihad, spesso confuso con la “guerra santa”, nel Corano significa “sforzo”, sforzo per diffondere la fede, che storicamente è avvenuto talvolta con la guerra, ma non sempre. In particolare si distingue tra il Grande Jihad (Jihad al-Akbar), lo sforzo interiore per migliorare sé stessi e combattere le proprie passioni negative e il Piccolo Jihad (Jihad al-Asghar), con cui si intende la lotta armata per difendere la comunità (Umma).
Nonostante questi precetti, in Sudan entrambe le fazioni (SAF e RSF) sono composte da musulmani che citano il Corano per giustificare le proprie azioni. Gli esperti di diritto islamico sottolineano che quanto accade (stupri, uccisioni di civili, saccheggi) è in aperto contrasto con le leggi coraniche sulla guerra, venendo considerato tecnicamente come Hiraba (banditismo o terrorismo), uno dei peccati più gravi nell’Islam. Ma tant’è, la guerra continua e, come spesso accade, ogni fazione cerca di portare Dio dalla sua parte. Del resto anche tra Ucraina e Russia, due paesi di religione cristiana-ortodossa, si combatte in nome di Dio. E così il Padre Supremo è assoggettato al capriccio degli uomini. Il Dio di amore, pace, bontà predicato da Gesù Cristo, il Dio misericordioso di Maometto, è ridotto a un simulacro per giustificare le violenze degli uomini.
Nel culto islamico, una delle preghiere di supplica più intense per chiedere la pace e invocare la benedizione divina recita così: «O Dio, Tu sei la Pace, da Te proviene la pace e a Te la pace ritorna. Benedetto e glorificato sei Tu, o Padrone della maestà e dell’onore. Ispiraci con la pace, guidaci nel regno della pace e rendici tra coloro che vivono senza paura e senza dolore. O Dio, cerchiamo rifugio in Te dall’ingiustizia, dall’oppressione e dall’aggressione, e Ti chiediamo di guidarci sulla retta via». Questa invocazione si ispira direttamente agli insegnamenti del Profeta Muhammad, poiché nell’Islam uno dei novantanove nomi di Dio (Allah) è proprio Al-Salam, ovvero “La Sorgente della Pace”. È anche per questo motivo che il saluto musulmano universale è As-salamu ‘alaykum (che la pace e la misericordia di Dio siano su di voi). Ma non sembra che questo serva a fermare le guerre.