Spiccioli di spiritualità, Sant’Antonio di Padova

A cura di Michele Pugliese

Il none originario di Sant’Antonio di Padova, la cui festa abbiamo celebrato il 13 giugno, non era Antonio ma Fernando, e il santo non era neanche di Padova, bensì di Lisbona, nato da una nobile famiglia, in una data incerta, anche se la sua biografia più antica, redatta da un anonimo frate appena a un anno dalla sua morte, la indica nel 15 agosto 1195.
Il giovane Fernando fu avviato, come tutti i nobili del tempo, alla carriera delle armi e tentato dal lusso e dal peccato, ma queste notizie forse ricalcano quelle del suo coetaneo San Francesco. È certo invece che nel 1210, quindicenne, venne accolto tra i canonici regolari agostiniani di Lisbona. Non ci si stupisca della giovane età, perché a quel tempo i quindici anni erano quelli della chiamata alle armi e in qualche modo quelli della maggiore età. Considerando che il giovane Fernando, primogenito, si sarebbe dovuto disporre a raccogliere l’eredità paterna, la scelta della vocazione appare autentica e fatta anche contro la volontà della famiglia. Si dice infatti che il giovane Fernando si sia rifugiato entro le mura del convento, ma anche lì fosse oggetto di frequenti visite di amici e parenti, che lo volevano distogliere dalla preghiera e a dallo studio. Trovò pace solo quando si fece trasferire in un’altra sede agostiniana, a Santa Croce di Coimbra. Qui venne a conoscenza di cinque frati francescani che erano stati martirizzati in Marocco e, attratto dal loro nobile gesto, decise di passare nel 1220 nel nuovo ordine Francescano che a quel tempo, ancora vivo san Francesco, già aveva migliaia di adepti, prendendo il nome di Antonio. Gli ex confratelli agostiniani non la presero bene e gli rimproverarono il suo peccato di superbia: aveva sete di santità. Ma Antonio sentiva ormai con forza la vocazione alla predicazione, sul modello dei cinque frati martirizzati in Marocco. Si indirizzò pertanto al suo diretto superiore, fra Giovanni Parente, gli confidò il suo desiderio e ottenne il permesso di partire. Nell’autunno del 1220 si imbarcò per il Marocco, ma la vicenda africana si sviluppò in modo molto diverso da come avrebbe voluto. Colpito da malaria, dovette rientrare in Portogallo, ma durante il viaggio di ritorno una tempesta spinse la nave verso le coste della Sicilia orientale. Lì si mise in contatto con i confratelli messinesi, dai quali apprese che San Francesco stava convocando alla Porziuncola il Capitolo generale dei frati, nel quale sarebbe stato presentato il testo della Regola. Decise pertanto di recarsi ad Assisi, insieme ai francescani di Messina, per poter finalmente incontrare il fondatore dei frati San Francesco. Ma questo incontro non ci fu, mentre ci fu quello con frate Graziano, il ministro provinciale di Roma, che lo accolse e lo destinò all’Eremo di Montepaolo, tra la Romagna e la Toscana. Lì condusse il noviziato, svolgendo lavori umili, ma pare che per caso gli capitò di predicare, senza averne nessuna esperienza, nella cattedrale di Forlì. Siamo alla fine del 1222 e l’impressione della sua eloquenza – nutrita degli studi di quando era nell’ordine degli agostiniani – fu tale che d’un colpo divenne famoso. Era il tempo dell’eresia dei càtari, un importante movimento religioso diffuso in Europa (soprattutto in Francia meridionale e Italia settentrionale) tra l’XI e il XIV secolo. Si consideravano i veri cristiani delle origini e contestavano la corruzione e l’opulenza della Chiesa cattolica, e c’era bisogno di abili oratori per confutare le loro idee. Antonio lo era, ed era anche convinto che per essere tali occorresse una buona preparazione teologica, che mancava quasi del tutti sia ai preti secolari, sia agli stessi francescani, e qui entrò in contrasto con San Francesco, che invece riteneva che la povertà e l’umiltà che egli predicava dovesse essere intesa anche come assenza di preparazione culturale, che avrebbe potuto portare alla superbia. La piccola disputa fu vinta dal frate portoghese, e da quel momento anche i francescani cominciarono a studiare teologia nelle migliori università d’Europa, anzi lo stesso Francesco consentì di fondare nel 1223 il primo studentato teologico francescano a Bologna.
Intanto l’attività di predicatore di Antonio si fece molto intensa su un territorio molto vasto, comprendente quasi tutta l’Italia settentrionale, insieme anche alla sua attività di taumaturgo. Infatti in quel periodo si registrano i primi miracoli del frate, come quello della mula di un padrone eretico che dopo averla affamata le mise innanzi una ricca porzione di biada dinanzi al santo e l’animale, trascurando il cibo, s’inginocchiò davanti ad Antonio. Oppure quello della predicazione ai pesci, modellato su quello degli uccelli di San Francesco, che si misero ad ascoltarlo in sostituzione degli uomini che sfuggivano al suo parlare.
Ma a parte questi miracoli, che fanno parte dell’aneddotica popolare, la predicazione di Antonio si rivolse, su indicazione di papa Onorio, ai popoli in terra di Francia dove l’eresia càtara aveva fatto molti adepti. Vi rimase circa due anni, durante i quali divenne anche padre superiore dei conventi del Limousin.
La notizia del trapasso di San Francesco nel 1226 lo fece rientrare in Italia, dove il successore di San Francesco, frate Giovanni Parente, lo nominò ministro provinciale per l’Italia settentrionale. Assunto questo nuovo incarico, che esercitò con grande zelo, insieme ad altri miracoli a lui attribuiti, nel 1228 giunse a Padova, che da allora divenne la sua residenza preferita, presso il convento di Santa Maria Mater Domini, posto accanto al luogo dove sorge oggi la basilica a lui dedicata. Ma si recava spesso anche fuori città, a Camposanpiero, a pregare e a studiare. Fu propria a Camposanpiero che fu visto cullare tra le braccia il bambino Gesù, e questa immagine divenne virale, diremmo oggi, tanto da essere raffigurato sempre con il braccio il piccolo Gesù. Sempre in questo suo eremo fuori città il 13 giugno 1231 fu colto da malore. Si cercò di trasportarlo a Padova ma non ce la fece a raggiungere la città e passò da questa vita all’altra mentre era nel convento delle clarisse ad Arcella. La gente del posto allora si contese il corpo e fu solo per intercessione del vescovo e dei francescani che il suo corpo fu trasportato a Mater Domini per la sepoltura definitiva.
L’arca di marmo nella quale fu deposto divenne immediatamente meta di continui pellegrinaggi, che non si sono mai arresti fino al tempo presente, insieme a vari miracoli, mentre la sua tomba fu inglobata nella splendida basilica che possiamo visitare ancora oggi. Acclamato Santo a furor di popolo ad appena un mese dal trapasso, Antonio fu canonizzato a Spoleto il giorno di Pentecoste del 1232.
Pio XII nel 1946 lo ha proclamato doctor angelicus, per la sua costante aderenza al vangelo durante le sue prediche. La grande basilica antoniana, edificata a partire dall’anno successivo alla sua morte, viene comunemente ricordata in città come “la basilica del Santo”, a testimonianza del grande affetto dei padovani che, in occasione della sua ricorrenza il 13 giugno gli dedicano una grande processione a cui partecipano innumerevoli pellegrini.