Un musulmano al IX Convegno Diocesano. La storia di Yassine Ellaoui e della parrocchia San Simeone Profeta. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date.

Caserta. Una piccola introduzione. Ieri capito quasi per caso ai lavori del Convegno Diocesano che si stanno tenendo presso il Golden Tulip. Il piano è: rimango un minuto, saluto Luigi Ferraiuolo (che verso le 18:30 modererà la tavola rotonda tra Mons. Battaglia, don A. Matteo, la dott.ssa Scandicchio e il dott. M. Armiento), lascio le chiavi della macchina ai miei che sono sempre lì in sala a seguire i lavori del Sinodo e torno a casa. Invece faccio tardi e, mentre aspetto, camminando per il corridoio, che gli interventi dei vari relatori finiscano, inciampo nella storia di Yassine e della parrocchia San Simeone Profeta di Marcianise. Una storia che, a prescindere dal titolo clickbait (madre perdóname por mi ricerca di visibilità), merita davvero la pena di essere raccontata.

La storia di Yassine e della parrocchia 

“Che ci fa un musulmano al Convegno Diocesano?” Solo dopo averla detta, mi rendo conto che per la domanda ho usato il tono di uno che sta raccontando una barzelletta o una storia assurda.
“Seguo i lavori… Ma davvero capisci quello che stai scrivendo?”
Mi chiede Yassine sbirciando sul mio taccuino mentre scrivo la sua semplice risposta. 16 anni, da 13 in Italia, occhi vispi e un largo sorriso, con in mano una macchina fotografica (credo una Reflex), sempre pronto a immortalare i suoi parrocchiani durante i lavori di questo convegno, anche mentre sono in corridoio a parlare o stanno solo guardando i libri del punto vendita. Non gli sfugge nulla. Non perde mai l’occasione tra una domanda e l’altra di scattare qualche foto. Non a caso è il fotografo ufficiale della parrocchia.
“Alla Parrocchia di San Simeone come ci sei finito?”
“Ho incontrato don Antonio in autostrada. Per tornare a casa, stavo facendo l’autostop e lui si è fermato per darmi un passaggio. Durante il viaggio abbiamo parlato tanto e alla fine mi ha invitato a un pranzo di Natale che avrebbero fatto a San Simeone. Ci sono andato e poi sono andato al doposcuola che organizzavano lì in parrocchia, ne hanno addirittura organizzato uno apposta per me. Da lì, poi ho iniziato a dare una mano, così: mi sembrava giusto. Ho fatto l’animatore per il campo estivo parrocchiale, poi ho fatto l’educatore per l’Azione Cattolica.”
“Per l’Azione Cattolica?!”
“Sì!”
“Yassine, scusa la stupidità e la domanda, ma tu non sei musulmano?”
“Sì. Ovviamente, in Azione Cattolica prima e adesso nell’Anspi, mi occupo dei giochi, della musica, do una mano con il mixer. Mi occupo della parte tecnica, capito?”
“Com’è stato l’impatto con la parrocchia, con una realtà diversa dalla tua?”
“È stato bello, mi hanno accolto. Dare una mano in parrocchia mi fa sentire parte di una famiglia…”

“Yassine dà una mano enorme in parrocchia: è il nostro tecnico informatico, scatta le foto, ha aperto la pagina Facebook della parrocchia. È un ragazzo serissimo: se prende un impegno lo mantiene sempre, anche a costo di fare chilometri.” A entrare a gamba tesa nella nostra discussione è una parrocchiana di San Simeone Profeta, Maria Merola, che è anche la referente del centro d’ascolto della Caritas e che tra una cosa e l’altra mi racconta delle attività della sua parrocchia e di Yassine.
“Per voi parrocchiani com’è stato il primo impatto con Yassine?”
“Marcianise è grande, ma alla fine rimane sempre un paese, con una mentalità ancorata alle tradizioni. All’inizio c’è stata un po’ di, chiamiamola, titubanza. Yassine, però, con la sua serietà e sobrietà ha conquistato tutti e adesso è come un nipote/figlio/fratello acquisito, nonostante la mentalità tradizionalista. Tradizioni molto forti: noi siamo conosciuti come la parrocchia del Calvario, per via di una processione che facciamo ogni anno. Il nostro parroco non è molto contento di questo nome.”

“Non è che non sono contento, è che mi interessa la Chiesa come comunità e non per le sue tradizioni. È per questo che lavoriamo per una Chiesa di prossimità, come l’ha definita oggi il vescovo Battaglia.” Don Antonio Piccirillo è il parroco della chiesa San Simeone Profeta, e chiamato da Yassine e Maria è appena arrivato per rispondere a qualche mia domanda.
“Cosa ha dato la presenza di una realtà diversa come quella di Yassine alla vostra parrocchia?”
“La sua presenza è stata significativa. La nostra comunità ha avuto la possibilità di aprirsi a percorsi di fede diversi.”
“State pensando di dare il via ad altri percorsi di apertura e inclusione interculturale?”
“Per quanto riguarda l’interculturalità, al momento è in cantiere l’idea di fare qualche incontro, di aprire dei centri d’ascolto alle persone di cultura araba e magari di fare dei percorsi linguistici. La lingua è il primo strumento d’integrazione. Se vogliamo integrare, aiutare, dobbiamo innanzitutto comprendere e capire. Al momento, però, tutto questo è ancora in cantiere: abbiamo bisogno di competenze. Nel frattempo, per quanto riguarda l’inclusione, siamo anche attivi con la Pastorale Carceraria.”
“Pastorale Carceraria?”
“Sì, tutto ciò che riguarda la cura del ristretto. Prima di tutto è un percorso rivolto alla cura del ristretto in carcere, ma che non sospende né taglia i suoi ponti con gli affetti e i suoi bisogni. Non sempre le famiglie hanno la possibilità economica di seguirli…. Poi c’è anche l’opportunità per i ristretti di essere messi alla prova o affidati. Al momento, in parrocchia abbiamo sia dei ragazzi in affido sia in messa alla prova. Cerchiamo di fare del nostro meglio, anche se spesso mancano gli strumenti operativi.”
“In sostanza fate quello che dice il Vangelo…”
“Cerchiamo solo di vivere il messaggio del Vangelo senza nessuna pretesa di evangelizzare. Il Vangelo non parla di convertire ma di convertirsi.”

Il tempo di scattare una foto con Yassine, Maria, Don Antonio e gli altri parrocchiani, salutarli e torno a casa. Lungo il tragitto è inevitabile pensare, dopo questa storia, al passo del Vangelo che dice: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”.

Articolo di Francesco Orlando