UniSR, conclusosi il primo corso di Filosofia dell’IA

Al via il Progetto Aristotele: dall’IA generativa all’IA riflessiva

Il corso IA e nuove sfide per l’azione e per il pensiero, svoltosi all’Università Vita-Salute San Raffaele e conclusosi oggi, nasce a partire dal volume di Giuseppe Girgenti e Mauro  Crippa Umano poco poco umano e si inserisce nel più ampio dibattito contemporaneo sulle implicazioni teoriche, etiche e politiche dell’intelligenza artificiale. Un ulteriore elemento di rilievo è stata la presenza di Anna Ascani, cotitolare del corso e vice presidente della Camera dei deputati, che segue da vicino, anche sul piano normativo, le questioni legate alla regolamentazione dell’IA.
Il corso si è articolato attraverso una serie di interventi interdisciplinari, che hanno coinvolto studiosi dell’UniSR, provenienti da ambiti disciplinari differenti: Antonio Esposito ha affrontato il tema dell’IA applicata alla medicina e alla clinica, illustrando le concrete applicazioni di IA all’ospedale San Raffaele; Roberta Sala ha sviluppato una riflessione su IA e questioni epistemiche, giuridiche e politiche; Francesca De Vecchi, in una prospettiva fenomenologica, ha approfondito i nodi dell’identità personale, della corporeità e dell’empatia; Francesca Pola ha analizzato le applicazioni dell’IA nel campo dell’arte e degli allestimenti virtuali; Roberto Mordacci ha proposto un inquadramento sistematico dell’etica dell’intelligenza artificiale. La lezione conclusiva è stata tenuta dal professore Carlo Martini, il quale ha sottolineato come la vera sfida, oggi, è che l’IA impari a mettere in discussione i contenuti veicolati dalle riviste scientifiche per distinguerli da quelli pseudoscientifici.
Negli ultimi anni abbiamo assistito all’ascesa dell’IA generativa, capace di scrivere testi, creare immagini, sintetizzare informazioni. Una tecnologia potente, ma ambivalente come tutte le tecniche e le tecnologie, perché se da un lato facilita l’accesso al sapere, dall’altro rischia di moltiplicare disinformazione, superficialità e dipendenza cognitiva.
È in questo scenario che si fa strada un nuovo paradigma, quello dell’IA riflessiva. Se la prima genera risposte, la seconda genera domande, poiché si basa su come persone di alto e basso profilo culturale reagiscono alla diffusione di una notizia.
Non si tratta di una differenza tecnica, ma culturale. L’IA riflessiva non si limita, infatti, a dire cosa pensare, ma interviene sul come pensare. In contesti di ricerca e didattica avanzata, come quelli sviluppati presso l’Università Vita-Salute San Raffaele, si stanno sperimentando modelli in cui l’intelligenza artificiale assume una funzione critica, quasi maieutica. Un esempio concreto è offerto dal progetto “Aristotele”, in cui l’IA viene utilizzata per allenare il senso critico di chi la utilizza. Di fronte a una notizia, il sistema non fornisce subito una sintesi o una risposta, ma attiva una sequenza di domande:

Chi scrive?
Questa fonte è verificabile?
L’autore esiste davvero?
L’istituzione citata è reale?
È una notizia o una manipolazione?
È coerente?
Cui bono?

Non è difficile riconoscere, in questo approccio, una sorprendente continuità con la lezione del Socrate platonico, come il filosofo ateniese non trasmetteva contenuti, ma insegnava a interrogare le opinioni, così l’IA riflessiva non si sostituisce al pensiero umano, ma lo sollecita.
E tuttavia, proprio qui si apre una questione decisiva. Se è la macchina a ricordarci di verificare le fonti, di controllare la coerenza, di distinguere tra vero e falso, non rischiamo comunque di delegare alla tecnologia quella funzione critica che definisce l’autonomia del soggetto?
Il problema non è secondario, perché ogni tecnologia che esternalizza una capacità umana porta con sé il rischio di indebolirla. La scrittura ha tentato di sostituirsi alla memoria, i media ottici alla capacità di immaginare, l’lA generativa ai processi cognitivi. È accaduto e dunque potrebbe ancora accadere, esiste, però, anche una prospettiva diversa, ossia che l’IA riflessiva non sostituisca il pensiero critico, ma lo alleni, che diventi una sorta di palestra cognitiva, capace di riattivare abitudini mentali che la velocità del mondo digitale tende a erodere. In questo senso, si inserisce il contributo di Carlo Martini, che- insieme ad un team di esperti-riflette sul rapporto tra modelli computazionali e razionalità umana. Il punto non è stabilire se le macchine possano pensare, ma comprendere in che modo esse trasformino le condizioni del nostro pensare. La vera posta in gioco, allora, non è tecnologica, ma antropologica. Che tipo di soggetto forma l’interazione con un’IA riflessiva? Un individuo più passivo, che si affida alle domande della macchina? O un soggetto più consapevole, che interiorizza quelle domande fino a farle proprie? In un ecosistema informativo (la cosiddetta infocrazia) sempre più complesso, in cui la distinzione tra verità e manipolazione si fa sottile, forse la vera innovazione non è una macchina che sa tutto, ma una macchina che ci abitua a dubitare, a verificare, a pensare. E se così fosse, il passaggio dall’IA generativa all’IA riflessiva segnerebbe un ritorno -paradossale ma necessario -all’origine stessa della filosofia, la quale non ha a che fare con il possesso delle risposte, ma con l’esercizio delle domande.

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