
Era il 9 aprile, e mentre la manifestazione ideata da Giammario Missaglia si correva contemporaneamente in oltre 40 città italiane e 13 europee, una notizia straordinaria arrivò a pochi giorni dall’evento: Vivicittà si sarebbe corso anche a Sarajevo, città martoriata dalla guerra, ferita nel corpo e nell’anima. Partenza e arrivo furono fissati nella Piazza del Mercato, uno dei luoghi simbolo del dolore della capitale bosniaca. A confermare l’adesione fu Induin Filipovic, segretario del Comitato Olimpico della Bosnia, che non nascose le incognite e i pericoli legati ai cecchini, l’orrore più nero di quel conflitto. Per ridurre i rischi, venne ideato un percorso di 4 chilometri da ripetere tre volte, così da rispettare la distanza dei 12 km prevista dal regolamento Vivicittà di quei tempi. Un tracciato tutt’altro che casuale: i quattromila metri attraversavano luoghi di culto delle quattro grandi religioni – cattolica, ortodossa, musulmana ed ebraica. Un messaggio potentissimo di convivenza e pace, lanciato da una città stremata ma ancora capace di correre. A Sarajevo arrivò anche una nutrita rappresentanza di atleti italiani, guidata dall’atleta delle Fiamme Oro, Alessio Faustini.
La gara e il momento che fece la storia
Alle ore 10.00 in punto, come in tutte le città coinvolte, partì Vivicittà: un unico orario, un solo battito, come il battito d’ali di una colomba della pace. Alla partenza c’erano circa 2000 persone: bambini, anziani, ragazzi, soldati delle forze di pace e tanti atleti amatori italiani. Tutti indossavano una maglia che parlava chiaro: libertà e pace. Fin dai primi chilometri prese il largo un giovane atleta bosniaco, Mahamic. La sua non era una fuga qualunque: voleva vincere non per sé, ma per Sarajevo, per ringraziare le forze di pace, per onorare i caduti e dimostrare al mondo che quella città voleva tornare a vivere. La fatica, però, presentò il conto. Al decimo chilometro, Mahamic venne raggiunto da Alessio Faustini. I loro sguardi si incrociarono: in quell’istante, senza parole, si capì tutto. Faustini comprese che quella vittoria non doveva essere sua. Corsero insieme, spalla a spalla, tra due ali di folla commossa. Negli ultimi 200 metri, Alessio Faustini compì un gesto che ancora oggi rappresenta l’anima più vera del Vivicittà: prese la mano di Mahamic, la sollevò verso il cielo e poi la lasciò, dicendogli semplicemente: «Vai, amico bosniaco. Questa vittoria è tua». Due atleti arrivarono così, mano nella mano, braccia alzate, trasformando una gara di corsa in una lezione di umanità.
Da Sarajevo a Caserta: lo stesso messaggio, oggi
Quel gesto dell’atleta italiano è diventato simbolo di ciò che Vivicittà rappresenta da sempre:
una corsa che unisce, che parla di pace, diritti, solidarietà e partecipazione. Ed è con questo stesso spirito che Vivicittà, quest’anno, correrà anche per le strade di Caserta. Non solo una gara, ma una festa collettiva, un filo ideale che lega città diverse, storie diverse, persone diverse, tutte unite dallo stesso passo e dallo stesso messaggio. Perché Vivicittà non è solo podismo. È memoria, è valore, è scelta. È la dimostrazione che, a volte, un passo indietro può diventare il gesto più grande di tutti. Programma e Regolamento in https://www.camelotsport.it/